Poetica

cattura

Altre rime vorrebbe, Eumolpo caro

che le scarne e disossate corde

prodotte dalla lira

di cui il fato fece dono al sottoscritto

Altri aneliti vorrebbe

un’auditel impietosa massmediatica.

 

Semmai vedermi

garrulo poeta neomelodico

cantare augelli e primavere

e narrar di questi nostri cari

amori precotti e surgelati.

 

Così ricordo il tempo

in cui tu ed io ridemmo

di queste vane ciarle

di cupi amori da operetta

con data di scadenza bella in vista.

 

E ruscellare ansiti e passioni

prodotti da pietose marionette

in una recita sublime e sgangherata

con un copione trito ed ammuffito

di una vita che da tempo

è solo nebbia e inutile ricordo

come solco nel cielo di un aereo.

 

Vorrebbero orizzonti

Vorrebbero tramonti

O giovanili principi o visconti.

 

Ma ho voglia a martoriare

le corde e il debole strumento.


Non produrrà  che un fievole

sospiro, di legno torturato.

 

Annunci

Il fraintendismo

Sir Lipton Aistii, fondatore del Fraintendismo

Sir Lipton Aistii, fondatore del Fraintendismo

Il fraintendismo fu un movimento letterario che si sviluppò agli inizi del 900. O meglio, credeva che si trattasse del 900, ma i suoi soci avevano frainteso il modo di leggere il calendario: in realtà si trattava del 1940, me lo ricordo bene perché era iniziata la guerra.

Agli inizi non fu semplice mettersi d’accordo fra i seguaci sul nome e sugli scopi del movimento: molti infatti fraintesero sia l’uno che l’altro. E ciò sia nei discorsi scambiati personalmente fra socio e socio sia nelle assemblee, dove era difficile capire persino perché ci si fosse riuniti lì e in quel giorno.

Come dio volle però qualcuno, qualche genio pirandelliano nascosto fra la riunione, propose che fosse proprio quello lo scopo principale del movimento, ovvero: prendere pan per focaccia. E sostenne questo suo intervento con lungimiranti esempi storici, a dimostrazione del potere del fraintendismo.

“Forse che Colombo nel scoprire l’America non la fraintese credendola India? Forse che Eva non fraintese mangiando la mela, credendola frutto della conoscenza?. Ebbene è giunto il tempo di proclamarlo ad alta voce questa nostra importanza”

Dal pubblico si levarono applausi e ovazioni misti  a grida di “Che ha detto?”

Condividi:

Il fottismo

carnero.jpg_2036914927

ll Fottismo fu una corrente letteraria sorta agli inizi del ‘900. Nelle sue file si accomunarono poeti-scrittori come Ernesto Maddechè, Alfio Ndovai, Mario Tepossino, e il russo Afanasj Anfaculovic. Il manidesto dal titolo “Ma chi ce lo fa fare?” non venne mai stampato per ovvi motivi. Il Fottismo proclamava l’assoluta inanità non solo della letteratura e della poesia, ma della stessa esistenza. I Fottisti non si riunirono mai, in quanto era inutile farlo. Il movimento durò il tempo di quanche settimana e venne sciolto per mancanza del numero legale.
La lirica che riassume questo movimento, firmata dai soci con il solo uso delle croci (per il semplice motivo che “falostesso”) venne scritta su una lapide lasciata appoggiata sul portone su cui doveva essere infissa. La lapide recitava:

Me ne fotto del fato
me ne fotto di te
ma ancor più spesso
me ne fotto di me stesso.

.

L’architettura e gli scrittori

 

C’è un comune atteggiamento nell’aprocciarsi degli scrittori verso l’architettura. Nel più roseo dei casi il loro è un atteggiamento da pittori. Guardano alle opere architettoniche come stessero guardando un dipinto, fanno cioè dell’opera quasi un semplice “fronzolo” del paesaggio. A tale proposito sono patetici persino gli sforzi di Proust nel cercare un diverso aproccio (tra il filologico autodidatta e il reveur decadente) si vedano le sue descrizioni di Venezia pur avendo la scorta del libro di Ruskin.

Solo un architetto da salotto sarebbe ormai disposto a sottoscrivere una visione dell’architettura così romantica e decadente. Lo stesso dicasi di come la poesia continua ad essere considerata  anche fra i migliori critici.

Qualcosa di indefinibile, di piacevole, di sentimentale.

Thomas Mann o il patto col diavolo


Nel suo Doctor Faustus, Mann lascia balenare il sospetto che nella genialità sia implicita una sfera demoniaca.
Il narratore, Serenus Zeitblom, che si definisce un ultimo umanista, racconta la storia di Adrian Leverkuhn, musicista travagliato che, per assicurare alla sua opera il guizzo del genio, stipula un patto col maligno. E, una volta ottenuto, si isola dalla vita. Vive quasi unicamente per la sua produzione.
“Qui la parola genio (si tratta della musicalità di Adrian) ha certamente un suono,
un carattere nobile, armonioso e umanamente sano, seppur trascendente l’ordinario,
eppure non si può negare e non si è mai negato che i dèmoni e l’irrazionale abbiano
una parte sconcertante in questa zona radiosa, perciò mal le si addicono gli epiteti
rassicuranti, che ho tentato di attribuirle.”
In realtà la categoria “genio” adoperata da Mann – e che si rispecchia poi in tanta cultura holliwoodiana (dai poeti maudits in poi) – è quella che identifica il genio con un personaggio che è diventato prototipo sociale solo dopo l’avvento del romanticismo e di beethoven in particolare, in cui il genio diventa lo specchio elevato al quadrato della  divisione del lavoro e della specializzazione.
Il genio può astrarsi dalla vita, fare a meno delle comuni regole di convivenza e di rapporti interpersonali. Anzi, un genio si manifesta proprio da questi tratti esteriori.
La società è pronta a scusare le sue intemperanze, le sue balordagini sociali, in vista del grande “dono” che il genio lascerebbe all’umanità : la sua opera appunto.
Da questa equazione molta gente (prendendo come al solito gli effetti per le cause) crede che simulare un comportamento antisociale e sprezzante, sottintenda del genio.
Da qui molte delle sciocche schizofrenie dei moderni geni: i componenti dei gruppi rock.
Ci si dimentica dunque che il genio artistico non sempre è stato accompagnato da chissà quali sregolatezze o comportamenti asociali?
Basti come esempio il grande J. S, Bach e molti degli artisti preromantici.

Le poesie coi pulsanti (adatto solo a stomaci forti)

Avete mai visto una poesia con un link, con un pulsante? Avete idea di che cosa consenta di fare un database? Immaginate una poesia in cui il lettore possa davvero intervenire? Riuscite a pensare ad un’opera davvero “interattiva”?

Quello che è stato il sogno di molti poeti, ma che era irrealizzabile con i tradizionali mezzi di informazione (leggi libri) ora  è possibile con l’avvento dell’informatica. Sempre che per informatica si parli con partito preso, avendo precisa cognizione di ciò di cui si parla e non delle infantili notizie propinate da quei grandi ignoranti informatici che sono gli attuali giornalisti, per cui per esempio l’ipad (leggi aipad) sarebbe un mezzo che rivoluzionerà la nostra vita.

Sento parlare di poesia digitale, di ipertesti, di elettropoesia da diverso tempo. Quello che ho visto, ahimè, è infantile sotto il punto di vista informatico e inefficace sotto il profilo poetico.

La realtà è che occorrerebbe avere entrambe le tecniche per produrre qualcosa di valido.  Che occorre capire cosa sia in grado di fare una determinata piattaforma software e cosa invece sia roba già vecchia e disutile. La seconda strada sarebbe quella di unirsi ad un gruppo che abbia come progetto quello di far capire alla gente che la poesia è tornata.

Un gruppo formato da persone competenti ciascuna nel proprio campo (un po’ come nella pubblicità). Un progetto che studi a fondo le possibilità offerte dall’attuale stato dell’arte.

La verità è che i “poeti” soffrono le moderne tecnologie. Guai a dire loro che i libri sono cose sorpassate di cui la gente – a ragione – non vuole sentire. Così ecco i soliti piagnistei sulla carenza di lettori in Italia. Costoro dimenticano gli sforzi occorsi a ciascuno di noi per togliersi di dosso tutte le incrostazioni culturali, per ritrovare sotto cumuli di finta cultura i veri respiri dell’anima personale (ma questo è altro tema).

La verità è che alcuni soffrono a abbandonare un beato mondo fra le nuvole. Il castello di nuvole che hanno pazientemente costruito, (mattone di nuvola su mattone di nuvola). E dietro le grate del quale guardano il mondo reale passare come fiume inquinato.

La verità è che occorrerebbe umiltà, voglia di studiare “da capo”, desiderio di comunicare davvero (sempre che si abbia qualcosa da comunicare).

Mi guardo in giro e vedo molti di noi convinti che simile tediosa commedia possa ancora essere recitata con un minimo di buona coscienza, che sia dato ancora un ultimo spazio ad un mondo in sfacelo. Simili ai poeti latini del 400 D.C. guardiamo i barbari che hanno invaso le nostre terre e il gesto più eroico che riusciamo a fare è tapparci il naso per non sentire l’odore delle loro capigliature unte di burro.

Considerazioni sull’orlo del dirupo

Pubblichiamo qui alcuni brani da “Se sputo per terra corrodo l’asfalto“, poemetto rotativo-ideologico di Tony Scottex. Il lucido vissuto che si scompone in trame di cui nel filo rosso possono percepirsi i chiari segni dell’e-merso… (etc, etc… continuo?)

Non è assolutamente vero che una sfiducia generale pervada le menti della classe intellettuale di questo finis terrae. Per tale sfiducia occorrerebbe infatti in primo luogo un sentimento di amore-odio verso il sapere e le sue miserevoli condizioni, sentimanto che non esiste più – ormai – se non in qualche fanatico retrogado, tenuto debitamente alla larga; in secondo luogo, cosa ancora più anacronistica nell’era del “successo”, una mente che abbia ancora il coraggio di fare il punto della situazione. Ma sopratutto che riesca a sopportare l’inevitabile afflizione. E’ noto lo sconforto che prende chi, l’indomani di un terremoto, prenda in mano la pala per sgomberar macerie.

*

Mostrare sempre più il nostro disgusto per tutto quanto continua ad uscire dalle nostre mani o dalle nostre menti (quest’opus incertum e balbettante), si è dimostrato del tutto inutile. E’ come voler disilludere i bambini che giocano felici con le torte di fango, proponendo loro in cambio il calcolo differenziale.

*

Fin quando esisterà più la volontà di “esprimersi” che quella di semplicemente “dire” esisteranno queste opere sformate, premature come certe belle giornate circondate dall’opressione invernale, senza alcun nesso con l’attuale condizione, senza appiglio con una realtà che c’è sfuggita dalle mani secoli fa. In fondo la favoletta dell’incommunicabilità fra gli uomini della nostra stramaledetta società è stato il comodo paravento dietro il quale motli sedicenti artisti hanno mascherato la loro assoluta mancanza di idee e di messaggi. Costoro giocano – simili in ciò a certe bugie tipicamente infantili – al “deus absconditus”. Non volendo far parte di tale genìa (che aveva paira a riconoscere come propria) prese il vizio di tradurre tutto ciò come “mancanza di comunicazione”.

*

La verità, mes amis, è che l’artista – pur con tante rivoluzionarie sparate pseudoproletarie e tanti proclami verso l’amato popppppolo, è rimasto un borghese al 100% ed è tremendamente urtato anche dal dover scendere un gradino del piedistallo che con tanta fatica si è conquistato. La realtà è che ogni professione popolare da parte di un artista è, nella quasi totalità dei casi, una ipocrita propaganda oppure  – come sempre – il servilismo più bieco alla classe dominante. L’artista gioca sempre a fare il rivoluzionario, purchè ciò si limiti alla “carta”. In ciò dunque è assurdo esaltare p.e. un Alfieri e demolire un Monti a causa del loro manifesto pensiero politico…..

*

Che in certe epoche (e quasi in crescendo con il crescere dei tempi) vi siano diverse “correnti artistiche” non conclude l’opposto di quanto affermato. Vuol dire se mai che esistono diversi artisti, legati a diverse classi sociali e quindi a diversi partiti e padroni.

*