Un ridicolo Ulisse

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Così, ogni giorno
quando nel Tempo è già notte
passeggiamo affiancati.
 
Io Ti addito, appena con il sorriso
le meraviglie e gli orrori
della mia ridicola odissea
Tu sembri diventata
solo un orecchio che ascolta il silenzio,
degli occhi che guardano il vuoto.
 
Si vede che non sei reale
(ma forse mai lo sei stata)
perchè non respiri
e non sorridi di disappunto
come eri maestra nel Tempo.
 
Si vede che sei
solo una impossibilità
una frattura del sentimento.
Perchè non esisti che qui
in un viaggio impossibile
lento, noioso
pieno di cose già viste.
 
Nel cielo appena
qualche aquilone che s’affanna a salire
Nessun mostro cattivo
nè sirene nè angeli.
 
Appena una porzione di azzurro
frammisto di grigio
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In preparazione e presto su questo blog…

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Dall’Introduzione

Sono milioni i libri non letti. E milioni sono i cuori di scrittori che sanguinano per non essere riusciti ad avere un solo lettore (in alcuni casi neppure lo stesso autore).

Scopo della presente silloge è dunque, a modesto parere dello scrivente, ridare giusta gloria a questo esercito di capolavori nascosti. Sempre che anche questo libro non debba essere inserito nel catalogo stesso e rimanga dunque come epitaffio paradossale, a fine lista, quale dimostrazione dell’ingiustizia letteraria.

La presente antologia non vuole certo essere una esauriente elenco dei libri perduti (vista la loro disumana mole) ma solo un invito ai pochi e sfigati lettori ornai sopravvissuti, a sapere che non esiste solo Camilleri o Stephen King, ma tanti onesti scrittori che non hanno avuto dalla loro il provvidenziale calcio in culo da parte della Dea bendata. Tanto che a molti di essi non fu concesso neanche il privilegio di nascere.

Verranno presentate delle recensioni di alcuni libri in modo da incuriosire il lettore e spingerlo a ritrovare, fra la polvere delle biblioteche, alcune di queste perle nascoste.

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La realtà

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Fu chiesto al filosofo Fòttide di Mileto, mentre si trovava in Focide per farsi i cazzi suoi, se la realtà fosse quella che vediamo con gli occhi oppure, come diceva Platone, non fosse che il riflesso nella parete di una caverna.
Fottide li guardò con pena e sputò loro in faccia.
“Questo – domandò – è uno sputo o la sua ombra?”
Fu così che i Focesi, si narra, lo rincorsero con un bastone.
O era l’ombra di un bastone sulla caverna?

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La Chiesa dei non Credenti del Terzo Millennio

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Il pastore Mauritius Woldenstein, nell’agosto del 1955, dopo una acuta crisi spirituale in cui perse completamente la fede, fondò in un paesino delle Alpi la Chiesa dei non Credenti del Terzo Millennio. Subito accorsero i primi fedeli e Mauritius trovo molto difficile spiegar loro l’unico comandamento, ossia che non dovevano assolutamente credere nella Chiesa. Dal pulpito cercava di convincerli che Dio avrebbe salvato SOLO quelli fra loro che non avrebbero creduto; che la fede, in sé, era cosa da contadini e che non avrebbero MAI dovuto credere a nessuno. Lui compreso.
Alla fine i fedeli capirono. Ma siccome ormai erano diventati dei non credenti, non credevano neanche alle parole del pastore. Per cui continuarono come prima: a credere di non credere alla Chiesa non Credente del Terzo millennio.

Vite di illustri uomini sconosciuti – Redundo Martinez

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Redundo Martinez fu il più grande scrittore telepatico dell’Argentina. Nato negli ultimi anni del secolo visse, finchè le sue magre finanze glielo permisero, nel ripostiglio di un MacDonald nella periferia di Buenos Aires e si trasferì a Santiago solo dopo una vincita ad una trasmissione di pacchi molto diffusa in Sud America “Fattos Tuos”, presentata da un cantante famoso: Pupos. Redundo ottenne la fama con il suo romanzo rosa “Cinquantas sfumatures” inviato telepaticamente a tutti i cileni sopra i 20 anni. Nel 1977 compose il suo capolavoro, il poema telepatico “Ulisses” in 23.000 versi in rima. Solo in fin di vita venne riconosciuta la sua bravura dall’Accademia Norvegese di Oslo che gli concesse il Nobel postumo per aver permesso, anche agli analfabeti, di poter finalmente godere dei piaceri della letteratura. Prima di morire inviò telepaticamente anche il telegramma con la notizia della sua prossima dipartita.

Il contoooo

E’ forse questa la notte in cui mani giunte da chissà dove ci presenteranno il conto dell’esistenza consumata.

So che arriccerai il naso come un tempo e, sorridendo, getterai il tuo profumo fra le braccia del vento vedendo la mia solita e ridicola farsa cortese (le mie tasche saranno infatti – come sempre – ripiene di brezze, rumori indistinti, ritagli di sogni e di canti arrocchiti).

Invano frugherò per rintracciarvi impossibili assegni, inesistenti contanti, invano il viso mi si tingerà di rosso.

Fissi ai miei che scappano i tuoi occhi allora, spossati da tanta compassione e ilarità, come sempre pagheranno un ultima volta anche per me.

Fototessere

I

Ricordo, eravamo ancora bambini e un’estate impietosa pisciava oro sulle spalle canute del mondo imbevendo la macchia di strida di grilli impazziti e dietro quelle colline di sassi sapevamo che il mare picchiava gli scogli.

Bevevamo, per incontabili notti, un vino agro sotto un tetto di canne e ad uscir fuori si spaccavano gli occhi, ancora annebbiati di sonno, sotto il dominio tremendo del sole.

Una di quelle estati delle quali viene voglia di dire “Già, le estati di un tempo…”. E benché i meccanismi scolastici ci spiassero dietro le prime pozzanghere, eravamo felici, ignoranti, con al polso i nuovi orologi.

 

II

Ed ecco, quasi avesse fame di noi, l’alta scoscesa aprirsi in uno sbadiglio enorme e , sotto, frangersi i giorni, come dagli strapiombi (ricordi?) si guardava il mare accarezzar di schiuma i massi dirupati, erosi, neri; le insenature di pochi e lucidati ciottoli; la frattura tra un macigno e l’altro, ricetto a relitti incatramati: plastiche, legni levigati dalle onde… Era come se il mare avesse rigirato fra le mani quei poveri oggetti per notti e notti e solo a malincuore avesse abbandonato quei gingilli d’una vecchia insonnia, ai nostri piedi, screpolati dal sale.

Omaggio incompreso.

 

III

Fumo e al sollevarsi pigro del filo azzurrato contro l’ombra che versa sul selciato un pomeriggio verde e dozzinale, accarezzo per distrarmi poche frasi. Dietro di me qualcuno parla, non importa di che cosa: parla. Questo è l’importante, l’esasperante, l’inevitabile, la definitiva potenza delle cose.

Sopra un ritmo fuori moda continuo a rivoltare fodere, vestiti, canottiere. Ho strappi irreparabili anche se cerco di convincermi che un buon rammendo è sempre più gradevole alla vista che portarmi in giro questi buchi enormi che mostrano ai passanti le mie magre costole, il colore della pelle.

Inutile dire che tutto questo ha solo il peso di un’illusione infranta