Pianti alle tombe

Pianti alle tombe. Pianti

Pianti ai cortei

Quanti erano? Tanti.

Orgoglio indignazione

doppiopetti salivanti

sporgono facce da televisione.

 

Zooma sulle lacrime del Capo

voglio vedergli gli occhi

dio santo! Ecco, daccapo

Bene così.. niente ritocchi

ora dormano pure i caduti

hanno ormai pianto tutti

medici ed infermieri

ladri e carabinieri

piromani e pompieri

 

Da una nazione così affranta

non era credibile tanta

partecipazione, umanità

Ecco, bravo… stacca così

manda la pubblicità

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Oh cipressetti

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Oh cipressetti, cipressetti miei

io non credea tornarvi a rimiràr

ma fa lo stesso.

Cipresseti, cipressetti miei

ove son giti i giorni?

ove han perso

loro disfrondar merdoso

in sul mio smoking?

Foste voi mai il mio piedatèr?

Pensaste mai ad un tempo di spareggio?

Oh cipressetti miei

Oh donzelletta che vien in sul calar del sole

Oh, cavallina storna

Vi persi io mai?

E che???

Diamoci una calmata.

Prose corsare


 C’era qualcosa nel suo tono di voce che sembrava sottintendere “quel cretino integrale”. D’altronde il suo potere di traspirazione era davvero eccezionale.

–          Che hai lì, vecchio mio? Qualcosa di troppo sottile per me, credo bene.

Per di più insieme riuscivano a nutrire una specie di elementare patriottismo. C’era come un certo coefficiente e il pomo d’Adamo appuntito gli si muoveva su e giù per la gola. La porta era socchiusa.

Era un comune incidente di marzo. Nel reparto la ragazza si era levata sulle ginocchia (la ragazza bruna) e tutto l’incidente non era durato più di qualche minuto. Passarono dei carri, senza contare che non era possibile mangiare quando non lavorava.

Era un comune incidente di marzo. Peccato che fosse già aprile.

 “No, lavo solo questo tegame”. Le lacrime si mescolavano nascoste allo scroscio dell’acqua sul lavello. “Anch’io sono cresciuto in un periodo di vacche magre” disse. “Davvero?”. Lo guardò tristemente (forse più tristemente del necessario).Non fu stupito nell’ apprender che, nel vano sforzo di evitare l’urto, si era slogato il polso.

“La bambina dove abita?”

“Qui, in città, con la madre” rispose l’appuntato.

Prese a scendere lentamente le scale fingendo di zoppicare. Ma non c’era nessuno che potesse intenerire con una simile farsa. Nessuno per cui recitare. “Meglio così, d’altronde”.

 Decise di uscire da quell’inferno di camera, gli occhi che bruciavano, le gambe appena resistenti a reggerlo. Appena oltre il marciapiede vide un uomo dal cappotto lacero e unto schiacciare una carcassa di pollo arrosto sotto degli stivali. Lo faceva come se stesse compiendo un lavoro, con accortezza, pignolo. Nel frattempo passavano per strada ragazze dai seni immerlettati, scarpette da Cappuccetto Rosso smaccatamente ninfomane (povero lupo cattivo, pensò).Per terra bucce di fave ancora verdi, pacchetti di sigarette che finivano di marcire sotto il sole, tappi di lattine, cicche spiaccicate, piccioni in fase incipiente di corteggiamento. Nell’aria suoni di traffico e di un giugno mediocre. Puzza di termosifoni e di tubi di scappamento. Reti d’asfalto e d’alluminio cingevano gli ultimi scampoli di verde. Veloci penetravano la città autoarticolati della Plasmon. Contro il sole che già tramonta l’illogica presenza di un tutto che necessiti di un inizio ed una fine.

Di notte sognò di trovare dei soldi (poco meno di 10.000 vecchie lire) in una crepa del muro. E che qualcuno lo accompagnava in una inesistente passeggiata paesana.

Aspettando Godot ovvero Alice nel paese delle inquietudini

 
A che penso? dove sto camminando?
Tutto fa si che possa non saperlo
in questo delicato Tutto
dagli argini mal rotolati
ed unti di frittura.
Sui campi coltivati a spini gli asfodeli
contro il suddetto Tutto che arroventa…
 
Che sia in cerca di qualcosa?
Che sia in attesa di qualcuno?
(sognarlo o presupporlo cosa costa?)
 
Piove. Non mi stupirei nemmeno
se nevicasse manna colorata
Gli asfodeli rabbrividiscono
Questione ancora di minuti
e non aspetterò più. Nessuno.
Sui muriccioli a secco che dividono
questi campi inadatti al sogno
irti di pietre e cardi selvatici
rincitrullito dal calore disumano
ho preso in mano il mio coraggio
(Peserà si è no due etti)…
 
Penso?
Cosa penso?
Sto camminando?
Verso dove sto camminando?
Addio!  Chiunque tu sia
sappi che non ti ho aspettato.

Poemetto zingaro da luna park

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Ho gioia che tu riguardandoti il viso
adesso allo specchio
mentre premo veloce la carta ricordandoti
non riconosca più in esso le tracce delle mie mani
e i pochi baci che vi lasciai;
ho gioia a riconoscere le indecisioni d’allora,
il tempo…

Perché ho capito infine che non ti capii
che non ci capimmo
e nel pensarlo non so il perché di questo tono
da cane bastonato, d’uomo superato,
come se il tempo
avesse incrostato di ruggine i ricordi
e tale patina rendesse tutto più maturo,
distaccato, quasi d’uno che ha vissuto
conoscendo il tempo…

Quanta dolcezza, quanta persuasione,
ora che l’inseguono silenzi d’anni,
hanno ora i tuoi occhi