La stagione dei grilli – II

Nel caldo degli agosti

ormai trascorsi

i grilli e il loro canto

il calore, quasi il loro

intermittente accordo

la loro orchestra

nascosta

fosse il suono stesso del sole

che picchiava il fieno, i sassi

dei muretti a secco

 

e non vedendo i mare

il suo smeraldo fondo

dall’alto di uno scoglio

l’angoscia ti prendeva

l’ansia dell’arsura

la paura di un silenzio universale,

troppo per un gracile fanciullo

 

Poi d’improvviso ai piedi

il mare

e anche d’esso pareva

il suono ruscellare

dall’oro delle stoppie

incarcerato

nelle elitre dei grilli

 

Allora il mare

era ancora

un muro spesso

incancrenito

un finis terrae

un pesce enorme

un Dio.

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Intransitivo

Intransitivo: gramm. verbo i., quello che, per costituire il nucleo di una frase, richiede come solo argomento il soggetto (p.e. Marco sbadiglia) o, oltre al soggetto, argomenti indiretti (p.e. lo sport giova alla salute) e non ammette la trasformazione passiva.

.

 

Gli domandarono cosa ci facesse lì.

Rispose che gli dispiaceva di non essere in grado di rispondere in quanto l’avverbio LI’ presuppone un luogo lontano da chi parla e lui, non essendosi mai spostato dal posto, non aveva alcuna contezza di cosa ci fosse Li’ anche se era del tutto inutile saperlo essendo che egli, in ogni caso, non c’era e non poteva dunque sapere il motivo dell’ esserci.

Gli domandarono allora cosa ci facesse QUI

Rispose che neppure a tale loro domanda era in grado di rispondere dato che non la capiva. Sempre che volessero intendere uno scopo al suo esserci. A tale domanda infatti aveva tentato più volte, nel corso della vita, di trovare anche uno straccio di risposta ma… ahimè doveva confessare la propria incapacità a riguardo.

Gli chiesero comunque che senso aveva allora stare steso per terra.

Rispose che era steso per terra in quanto non aveva trovato altro sistema per mettersi in orizzontale.

Gli domandarono se non avesse per caso un letto

Rispose che non aveva idea di che cosa fosse un letto

Gli domandarono se il suo stare orizzontale denotasse in qualche maniera una sua malattia o comunque uno stato di impossibilità a mantenere la posizione corretta per un essere umano.

Rispose che per quanto gli constava non si sentiva particolarmente mutato da un sacco di tempo e che riguardo ad una presunta malattia, beh… questa era roba ormai passata da tempo. Se c’era qualcosa che gli pareva in un certo senso da segnalare era invece il fatto che riteneva di essere morto da un po’ di tempo.

Gli domandarono come poteva credere di essere morto se parlava e riusciva a rispondere alle domande (anche se non proprio a tutte)

Rispose che in effetti ignorava in qual modo potesse e che il fatto di essere morto lui lo dava come appurato da tempo. Ma potrebbe anche essere che si sbagliasse, vista la suaccennata pochezza dell’analisi filosofica, in particolar modo in campo ontologico. Comunque faceva loro notare che il luogo in cui si trovavano era un cimitero, un camposanto, come si diceva un tempo. Ovvero una dimora dei morti. Dal che ne aveva dedotto che la sua posizione orizzontale denotasse se non altro una grande possibilità di far parte anche lui del condominio.

Gli dissero che a loro avviso il suo era un discorso inconcludente dal punto di vista induttivo.

Rispose che poteva benissimo essere così ma che la cosa non mutava granchè la situazione essendo egli morto.

Gli dissero che il suo sembrava un chiaro sintomo di paranoia e che comunque non la prendesse in senso personale se adesso gli avrebbero versato addosso un po’ di terra. Giustificarono l’operazione come momentanea e in ogni caso completamente indolore e senza alcun pericolo per la sua incolumità fisia

Rispose che facessero pure, se era necessario.

Gli dissero che sì, era necessario per una serie di articoli del codice che si esimevano dall’enumerargli in quanto terribilmente noiosi.

Rispose che era ovvio e che capiva perfettamente.

Quindi coprirono la fossa. Alcuni fra loro si accesero una sigaretta.

E fumavano. E il fumo si mischiava al grigio dell’orizzonte.

L’inquilino

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Abito quaggiù, nella periferia delle tenebre
(via del Nulla angolo via dell’Oltremondo)
in un pietoso monovano
acquistato con mutuo rateale
che scade solo il giorno del giudizio

.

Mi affanno ma solo di pomeriggio
quando chino la testa sul guanciale.
Per il resto del tempo aspetto

.

Non che sappia il bersaglio dell’attesa
Ma attendo per un unico motivo
Non saprei che altro fare.

Il naso del re

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Fedor Semaforov, il santo abate del monastero di Kiev, era solito raccontare questa parabola: “Un re, non volendo che si scoprisse che il suo naso era storto bandì una legge per la quale chiunque nel suo regno doveva portare delle lenti correttive che impedissero di vedere il difetto reale. Il popolo naturalmente protestò debolmente ma il re disse che era tutto gratis e la faccenda finì lì.

Quando tutto il popolo fu provvisto delle speciali lenti che consentivano di vedere il naso del sovrano straordinariamente dritto, il re, non sentendosi ancora convinto, andava di casa in casa travestito per chiedere a tutti come vedessero il suo naso.

Un giorno incontrò per strada un vecchio che lavorava per i campi. Chiese anche a lui come gli sembrasse il suo naso. L’omino però credette che il re si riferisse al “suo” naso, ovvero del vecchio e disse che non poteva saperlo dato che non aveva uno specchio. Il re credette che l’omino invece parlasse del suo naso (reale) e trovò la risposta ambigua, così volle sapere il nome di lui e costui, di nuovo non sapendo a chi si riferisse con “lui” gli disse che egli non poteva saperlo visto che non “lo” conosceva.

Il re in quel momento ebbe una illuminazione : capì tutto e ordinò che tutta la popolazione si togliesse gli occhiali correttivi. Da quel momento tutti videro che il re aveva il naso più dritto di tutti”.

Questa novella ne dimostra la lubricità del linguaggio umano

Valzer macabro allo specchio

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In questa camera
non entra mai nessuno
eppure basterebbe
un nessuno qualunque
che si fermi e si chini
al tavolo in cui scrivo
e col sorriso non accenni più
alla poca cosa che è un uomo.
 
Solo le nubi, la fuori
hanno frasi d’incoraggiamento
e sembra che le parole
le rendano simili a splendide
madri pregne appese nel cielo.
 
Strani animali in cerca di pascolo
libere come non lo siamo mai stati
passeggiano in un cielo per cui io
non sono altro che vuota apparenza
.
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Crepuscolo

Alenka Sottler: "Keep Your Secrets,"

Alenka Sottler: “Keep Your Secrets,”

È sera e l’uomo stanco

guarda dalla finestra.

In capo alcuni fili d’argento.

Vede le chiome degli alberi

e calmo ne recita  i nomi

come una antica e dolce canzone.

E questi nomi sono belli

come i sorrisi

delle donne sognate e mai possedute.

 

Le ZioFavole

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C’era una volta mio Zio Tano…
No, non era solo una volta
C’erano alcune volte mio zio Tano che…
A dire il vero mio Zio Tano c’era tutte le volte.
Mio padre era solito dire anzi, che sarebbe stato meglio che mio Zio Tano ci fosse di meno. Ricordo che usava un’espressione che, a qui tempi essendo io una pulce alta appena alcuni palmi, mi lasciava perplesso.
“Non è il caso – diceva mio padre a mia madre – che Tano si levi una buona volta dai coglioni?”
Invece Zio Tano amava la nostra casa, amava la nostra compagnia e soprattutto amava la cucina di mia madre.
L’unica cosa che non riscuoteva l’amore di Zio Tano era l’officina di mio padre. Ci girava lontano, forse ammorbato dai suoi rumori. Propabilmente la giudicava “prosaica” e indegna di un sentimento poetico.
Perché Zio Tano era un poeta, anche se di un tipo di poesia che non capivo e che mio padre definiva con l’appellattivo di “sto cazzo”.

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