Thomas Mann o il patto col diavolo


Nel suo Doctor Faustus, Mann lascia balenare il sospetto che nella genialità sia implicita una sfera demoniaca.
Il narratore, Serenus Zeitblom, che si definisce un ultimo umanista, racconta la storia di Adrian Leverkuhn, musicista travagliato che, per assicurare alla sua opera il guizzo del genio, stipula un patto col maligno. E, una volta ottenuto, si isola dalla vita. Vive quasi unicamente per la sua produzione.
“Qui la parola genio (si tratta della musicalità di Adrian) ha certamente un suono,
un carattere nobile, armonioso e umanamente sano, seppur trascendente l’ordinario,
eppure non si può negare e non si è mai negato che i dèmoni e l’irrazionale abbiano
una parte sconcertante in questa zona radiosa, perciò mal le si addicono gli epiteti
rassicuranti, che ho tentato di attribuirle.”
In realtà la categoria “genio” adoperata da Mann – e che si rispecchia poi in tanta cultura holliwoodiana (dai poeti maudits in poi) – è quella che identifica il genio con un personaggio che è diventato prototipo sociale solo dopo l’avvento del romanticismo e di beethoven in particolare, in cui il genio diventa lo specchio elevato al quadrato della  divisione del lavoro e della specializzazione.
Il genio può astrarsi dalla vita, fare a meno delle comuni regole di convivenza e di rapporti interpersonali. Anzi, un genio si manifesta proprio da questi tratti esteriori.
La società è pronta a scusare le sue intemperanze, le sue balordagini sociali, in vista del grande “dono” che il genio lascerebbe all’umanità : la sua opera appunto.
Da questa equazione molta gente (prendendo come al solito gli effetti per le cause) crede che simulare un comportamento antisociale e sprezzante, sottintenda del genio.
Da qui molte delle sciocche schizofrenie dei moderni geni: i componenti dei gruppi rock.
Ci si dimentica dunque che il genio artistico non sempre è stato accompagnato da chissà quali sregolatezze o comportamenti asociali?
Basti come esempio il grande J. S, Bach e molti degli artisti preromantici.