Breve storia del Tutto – Un racconto fantastico

I

Nel cielo una lunga scia di nuvole, simile ad una lama insanguinata dal sole al tramonto, invisibile dietro le case, illuminava di una luce irreale la stradicciola e i pochi passanti.

La sera già volgeva alla notte quando il Signor G., come suo solito dal ritorno dall’ufficio, si fermò in una delle bancarelle di libri usati sotto i portici. Per tutta la vita, sin da piccolo, aveva coltivato un’unica passione: i libri antichi.

A questa passione, purtroppo, poteva dedicare solo pochi soldi, e anche questi non senza sacrificio, messi da parte dal suo magro stipendio di impiegato statale. Così, non potendo acquistare i libri in negozi di antiquariato né tantomeno in aste dedicate a ricchi collezionisti, rovistava spesso fra le bancarelle di libri usati con la speranza che qualche raro esemplare, proveniente dallo svuotamento di una vecchia libreria o soffitta, cadesse dentro la sua piccola e malandata rete di modesto bibliofilo.

Quasi per un tacito accordo, il proprietario della bancarella, conoscendo la sua ossessione, gli metteva da parte quello che ai suoi occhi inesperti  aveva l’apparenza di antico ma che, il più delle volte, non era altro che vecchio.

Vedendolo accostarsi, l’omino gli fece un segno col capo e, dopo aver frugato in una busta di plastica ai suoi piedi, gli mise fra le mani un polveroso volumetto,  accompagnando il gesto con una espressione pari a chi consegni un inestimabile perla ad un prezzo talmente vile che andava sussurrato alle orecchie dell’intenditore.

– Solo 20 euro e solo per lei – si limitò a sibilare mentre strizzava l’occhio verso G.

Il Signor G. si limitò a sollevarsi gli occhiali sulla fronte e dare una occhiata al frontespizio per controllare il titolo e la data di stampa.

Il libro era rilegato in una pelle che denotava già alcune leggere macchie di muffa con un dorso sottile in cui rimanevano solo pochi caratteri dorati di quello che un tempo doveva essere il titolo:

Breve storia del Tutto

La casa editrice gli era sconosciuta e la data di stampa riportava l’anno 1785.

Il libro non sembrava contenere più di un centinaio di pagine. “Dovrà essere molto breve”, sorrise il Signor G. mentre apriva il libro per accertarsi della qualità della carta e della rarità dell’esemplare. I fogli, a dispetto delle cattive condizioni dell’esterno, parevano di ottima fattura e quasi immuni da macchie o ingiallimenti. Senza ulteriori verifiche, estrasse dal taschino della giacca il portafogli e porse al venditore una banconota che pareva essere stata stirata da quanto era impeccabile.

Rientrato a casa abbandonò il libro sul comodino a fianco alla poltrona in cui era solito leggere e si preparò il magro pasto di uno scapolo.

Finita la cena e acceso il lume che aveva disposto a fianco alla poltrona, riprese in mano il libro e si immerse nella lettura.

Il testo non aveva nessuna prefazione o introduzione. Non era previsto neppure un indice, una dedica né tantomeno vi era presente il nome dell’autore. “Si tratta sicuramente di una operetta di divulgazione senza grosse pretese” si disse il Signor G. I caratteri e la qualità denotavano comunque un libro che rispondeva alle caratteristiche della stampa dell’epoca. Per lo meno non gli avevano rifilato una patacca.

Altra caratteristica curiosa del libretto era che sembrava avere la struttura di una agenda moderna. In alto comparivano infatti delle date anche se il Signor G. capì che si trattava di date solo in un secondo momento.

Non appena lette le prime due pagine il lettore si accorse che qualcosa non andava.

L’autore sembrava narrare infatti la nascita dell’universo (datata mercoledì 15 marzo 13.435.012.735 A. C.). La cosa che maggiormente stupì il Signor G. fu tuttavia un’altra. L’autore usava tranquillamente termini che negli ultimi del 700 non potevano certo né essere usuali e tantomeno conosciuti. Non solo, erano presenti delle formule incomprensibili e lunghe digressioni sulla fisica quantistica e sulla distorsione dello spazio creata dalla comparsa dell’Essere.

Sulle prime il Signor G. pensò di essere stato truffato. Che cioè l’omino gli avesse venduto un libro moderno foderandolo con una copertina di due secoli fa. I caratteri e la stessa carta sembravano però originali e dunque inficiare tale ipotesi.

Rimandando l’esame dello strano fenomeno il Signor G. riprese tranquillamente a leggere. Arrivò coosì alla formazione delle nebulose di gas che, in preda alla forza cinetica si condensarono dando vita alla materia quando, come sempre gli succedeva, si assopì.

Ridestatosi di soprassalto, poggiato stancamente il libro sul comodino, si avviò, come un sonnambulo verso la camera da letto e compiuti i soliti gesti quotidiani in maniera automatica, si infilò nelle lenzuola e dormì, come sempre, fino alle prime luci del giorno.

Il giorno dopo era un giorno festivo e il Signor G., appena sveglio, si crogiolò al pensiero che avrebbe avuto tutto il tempo necessario per risolvere il piccolo mistero del libro.

Lavatosi e consumata una colazione affrettata, avviluppato in una comoda benché frusta vestaglia, si sprofondo nella poltrona da lettura e riprese in mano il piccolo volume intenzionato a finirlo. La notte prima gli mancavano poche decine di pagine e si domandava come, quella descrizione approfondita e scientifica della nascita dell’universo, potesse concludersi in così poche pagine. In ogni caso, quanto meno, il titolo era ingannevole: “Sarebbe dovuto essere ‘Breve storia della nascita del tutto‘”.
Quale non fu suo stupore, nell’aprire il libro, nel constatare che sulla prima pagina la storia continuava esattamente da dove aveva abbandonato la lettura? Le pagine precedenti sembravano non essere mai esistite o essersi cancellate durante la notte.

I Gas che si concentravano, formando la materia per i primi ammassi stallari, erano argomento del seguito del racconto.

I signor G. non si turbò eccessivamente e si disse che semplicemente aveva sognato un inizio diverso, ma qualcosa nell’animo continuava a sussurrargli che gli stava sfuggendo qualcosa. Rimandò comunque tutto a lettura finita e riprese a leggere.

Le date scorrevano impazzite nello sguardo e la descrizione si faceva via via più ardua, mettendo in gioco nozioni che il povero Signor G. doveva confessarsi di ignorare o quanto meno di non poter comprendere  a fondo, col suo esiguo bagaglio culturale. Di intere pagine riusciva a capire a volte appena qualche frase e il disegno generale dell’argomento.

Mentre era intento nella lettura delle prime forme di vita monocellulari, corredate da astruse formule chimiche e da dimostrazioni per lui nettamente incomprensibili, venne distolto dal trillo del telefono.

Era raro che quell’apparecchio, messo lì quasi per puro ornamento, facesse sentire la sua voce nell’appartamentino del Signor G.

Questi, messo un segnale al punto dove era arrivato con la  lettura, posò il libro e con gesti goffi si alzò dalla poltrona per avviarsi a passi lenti e pantofolosi verso l’apparecchio. Arrivato a pochi metri dal bersaglio questo, improvvisamente smise qualunque segno di vita.

“Tanto era sicuramente qualcuno che ha sbagliato numero” si disse cercando di rincuorarsi.

Di nuovo inforcò gli occhiali da lettura, si lasciò scivolare sulla poltrona e riprese il libro in mano. La prima cosa che notò fu che il segnalibro sembrava essersi spostato nella prima pagina. Ma la cosa più stupefacente era che ricordava nitidamente di averlo posto, nelle pagine centrali del volume.

La prima frase stampata era inoltre una chiara continuazione di qualcosa che la precedeva pur essendo inesistente ed era esattamente il punto in cui il lettore aveva abbandonato la lettura prima del trillo del telefono. Andò avanti meccanicamente per qualche altra pagina ma aveva ormai perso la capacità di concentrarsi sullo scritto, in preda ad un fastidioso disorientamento. Una idea stava pian piano formandosi nella sua testa. Ma era talmente balzana e improbabile che non aveva neanche il coraggio di formularla in sé chiaramente. Arrivato ad un punto in cui si descriveva l’origine e la formazione del pollice opponibile nei primati che diedero vita all’homo sapiens il Signor G. chiuse di scatto il libro con entrambe le mani.

Un rumore secco e deciso si propagò per il piccolo appartamento.

Aspettò qualche istante dicendosi che la sua idea era del tutto idiota e, quasi per dimostrare a se stesso la scientificità di tale asserzione, riaprì il libro alla prima pagina. Quando invece vide che questa continuava l’esposizione interrotta sul pollice opponibile (circa nel 526.500 A.C.) gli mancò letteralmente l’aria nei polmoni e dovette annaspare nel vuoto le lunghe e secche braccia in cerca di un appiglio o di un interruttore di ossigeno.

Le pagine precedenti erano scomparse, quasi non fossero mai state stampate.

Pur cominciando a sudare freddo il libro prese a sembrargli scottante. Non riusciva a tenerlo in mano. Arrivò persino a misurarsi la febbre convinto che fosse in preda ad un delirio causato da ipertermia. Il termometro però gli rivelò che l’ipotesi non era percorribile e che gli rimanevano spiegazioni meno banali.

Riprese a leggere questa volta deciso ad arrivare fino all’ultima pagina del volumetto. Del resto gli sarebbero occorse solo alcune ore.

Preso in mano cautamente il libro riprese la lettura sforzandosi di non pensare a niente se non alla narrazione.

II

Lesse così delle  prime scoperte umane e della lenta evoluzione degli ominidi fino alle comunità neolitiche e alla separazione dei ruoli che consentì la formazione delle prime città.

Continuavano a comparire delle date apparentemente troppo precise tanto che il Signor G. si stupì che la cronogia storica avesse fatto progressi così evoluti, per non parlare poi degli ultimi anni del 700. Rispetto all’ultima volta che aveva letto qualcosa circa la preistoria ricordava  che le date erano ballerine e quasi sempre precedute dal “circa”. Qui invece arrivavano alla pignoleria. Per esempio la scoperta del fuoco era fissata per il 16 dicembre del 478.565 A.C. in una valle della Somalia settentrionale.  Non mancavano neppure le precise circostanze della scoperta e i primi sviluppi nel gruppo di Homus Erectus che ne era stato protagonista e addirittura una mappa sulla disposizione dei piccoli branchi di proto-umani.

Mancavano ormai poche pagine quando il ritmo della narrazione mutò. Si accorse che le vicende parevano rallentare. Dalle visioni generali e quasi riassunte nelle prime pagine si passava ora ad un racconto sempre più puntuale e particolareggiato. A volte sino al ridicolo. Ora le pagine avanzavano quasi un antico annuario medioevale, davano ragguagli sul tempo atmosferico, sul raccolto, sulle epidemie e sulle carestie, prendevano in considerazione la geografia in termini sempre molto professionali e spiegavano ciascun evento in termini altamente specialistici. Vi erano persino delle tabelle, dei grafici sulla natalità e notizie che il Signor G. pensò del tutto inventate.

La cosa più evidente era comunque che la storia pareva non più riguardare l’avventura umana nel suo complesso ma le vicende di un particolare popolo e all’interno di questo di una tribù, scelta chissà per quale incomprensibile motivo.

Arrivato all’ultimo foglio, prima di voltare l’ultima facciata e terminare la lettura ebbe un attimo di esitazione.  Nel voltare la pagina si accorse che quest’ultima era completamente bianca con l’ultima frase troncata, lasciata in bilico alla fine della penultima.

Preso da un fastidio meccanico e imprecando interiormente fece un gesto che non era da lui: chiuse il libro di malagrazia e lo scaraventò sul tavolino. Per poco non cadde sull’ovattato tappeto che ricopriva tutto il pavimento del piccolo salotto.

In preda ad un’ebetudine mai provata rimase fermo, quasi avesse ricevuto uno schiaffo in pieno viso da una persona di passaggio. Lo aveva colto di sorpresa e la cosa era talmente inusuale che il suo cervello sembrava non aver avuto il tempo di elaborare una giusta reazione emotiva. Riemerso da questo liquido oblio e sentendo come un estraneo i battiti del cuore che riprendevano il solito ritmo, il Signor G. in pieno possesso delle sue normali facoltà, arrivò persino a sorridere si sé, come se sorridesse alla vista di una piccola marachella di un bimbo.

Senza più nessuna esitazione riprese in mano il libro e lo riaprì alla prima pagina e si stupì di non provare il minimo stupore nel vedere che questa iniziava proprio con la frase lasciata a metà dalla lettura precedente.

Questa volta l’impaginazione passava dagli anni ai mesi, segnati tutti pignolamente sull’intestazione di ciascun foglio (in quelli di destra appariva il mese mentre in quelli dispari l’anno).

La storia diventava ancora più ricca di particolari, addirittura imbarazzanti nella loro pignola enumerazione e sembrava ormai circoscritta alle vicende di un piccolo villaggio della Turchia sulle sponde dell’Egeo. Veniva fornita anche una minuscola cartina che ne indicava con precisione il punto nella costa dell’antica Lidia, non molto discosto da quella che sarebbe stata la posizione di Sparta in tempi Omerici.

All’interno del villaggio la trama era poi incentrata sulle vicende di una stirpe familiare. Di questa si enumeravano i componenti, i matrimoni, i figli, la composizione genealogica e persino un elenco catastale dei beni suddivisi in mobili ed immobili. Non mancava neppure il nome: GhanShawè mentre il villaggio (che conteneva, secondo il libro 723 abitanti) era ShwaleUr (dal nome di una antica pietra ritenuta sacra e posta quasi al centro esatto del paese, quasi questo fosse cresciuto proprio attorno ad essa a cercare protezione e ombra).

Dopo una decina di pagine il Signor G. era già annoiato nel leggere le “gesta” di questo abbandonato gruppo di pastori ai margini della storia, e macchinalmente saltò direttamente alla fine del libro per controllare se sarebbe cambiato qualcosa nel proseguo.
Sembrava proprio di no. Stesse vicende, stesse razzie e stesse faide fra famiglie rivali, seguite da matrimoni riparatori e riprese per futili motivi per un susseguirsi di anni e di generazioni. I GhaniShawè sembravano destinati, da una divinità malvagia, a sottostare ad  un ciclo infinito di ripetizioni, quasi una maledizione di Sisifo.

Arrivato alla fine del libro, questa volta il Signor G. si aspettava di trovare l’ultima pagina bianca e la penultima terminante a metà frase. Con un sorriso di approvazione, constatando l’esattezza di questa sua ipotesi, richiuse il volumetto, lo poggiò con la solita cautela con cui maneggiava i suoi libri e decise, visto il giorno libero, di festeggiarlo con un pranzo alla solita trattoria alla quale ricorreva nei giorni in cui voleva sentirsi meno solo.

Fuori lo accolse un cielo di madreperla e una pioggerella sottile ma ormai quasi calda. “Si avvicina il bel tempo” pensò aprendo l’ombrello e dirigendosi per le stradine del centro verso la piccola piazza in cui si aprivano la porta e la minuscola vetrina del locale.

L’aveva scelta fra tante per l’urbanità del proprietario, che pur  vedendolo lì da anni, non si concedeva la minima confidenza. Piaceva al Signor G. che l’oste rimanesse tale e non travalicasse, come molti, fino a voler recitare la parte di consulente culinario se non addirittura di amico. Arrivava per questo persino a stimarlo una brava persona. E non erano molti ad ottenere tale qualifica nel giudizio del Signor G.

Avrebbe avuto modo di riepilogare quanto gli era successo e formulare una ipotesi accettabile al tutta la “faccenda”. Sistemare quel tassello, che pareva non volersi incastrare nella liscia, comoda e tranquilla esistenza di un normale dipendente statale.

La cosa migliore era comunque vedere senza preconcetti come sarebbe andata finire la storia. Prima o poi il libro avrebbe avuto una fine e tutto alla fine si sarebbe rivelato di una banalità sconcertante.

C’era sicuramente un piccolo particolare che gli sfuggiva e che però si sarebbe manifestato sicuramente in seguito. Non era il caso di preoccuparsi o di tirar fuori chissà quali ipotesi metafisiche. Era un libro come gli altri, anche se del 700, e i libri, che lui sapesse, non potevano uscire dalle regole prefissate per i libri. All’uscita dalla trattoria aveva già preso la decisione di darsi per malato in ufficio e utilizzare il giorno successivo alla soluzione di quel piccolo e strano mistero.

Rientrato a casa e rivestiti gli abiti da “lettura”, il Signor G. si installò nella poltrona deciso a sbrigare quella “pratica” nel modo più preciso e veloce possibile. Preso il libro si rimmerse nella lettura. Arrivato alla fine però non lo chiudeva poggiandolo sul comodino ma automaticamente – quasi un gesto che diveniva automatico – lo riapriva da capo continuando a leggere indisturbato.

Così gli anni passavano nel racconto e con gli anni passavano le generazioni. Il Signor G. era costretto spesso a saltare in blocco decine di pagine e riaprire il libro da capo innumerevoli volte.

La vita dei “protagonisti” sembrava tratta da un misto fra studio antropologico e romanzo familiare, benché l’autore non indulgesse a nessuna lirica o espressione letteraria. Il tutto invece era come una specie di relazione tecnica, dettagliata e pignola sulla vita di una stirpe particolare.

Insieme alle generazioni passavano i regimi e le epoche storiche. La sera lo ritrovò che leggeva le vicende di un vasaio della città di Tiro, nell’attuale Libano.  Il vasaio aveva due figli e un apprendista. La sua vita era descritta quasi fosse un rapporto stilato da un ispettore di polizia che volesse risalire a chissà quale misfatto. Il Signor G. si domandò che senso poteva esserci nel ripercorrere una vita quasi giornalmente senza che niente di eclatante succedesse fino alla morte, avvenuta per un incidente banale all’età di 53 anni.

Il libro, invece, a questo punto passava a narrare, come se niente fosse, le vicende del primogenito del vasaio, con lo stesso profluvio di informazioni: dal suo ingresso presso la guardia del Tempio, al suo matrimonio con una Siriana, sorella di un commilitone, fino a elencare quali fossero i suoi piatti preferiti o quanto avesse pagato per una spada acquistata da un mercante miceneo di passaggio a Tiro il 23 marzo del 582 A.C.

Il sonno lo prese come sempre intento alla lettura e, compiuti gli stessi meccanici gesti di sempre, il Signor G., si diresse verso la camera da letto, si spogliò degli abiti e si immerse nelle coperte in preda ad un sonno immediato e privo di qualunque attrito.

Fu svegliato dal chiarore del giorno che filtrava dalle  persiane e come prima operazione si mise mentalmente a comporre il telegramma che avrebbe indirizzato al suo capo ufficio per scusare la sua assenza. Quando fu soddisfatto delle poche concise frasi, prese in mano la cornetta del telefono e le dettò ad una operatrice che, dal tono della voce, pareva ancora avere dei residui di sonno.

Sentitosi a posto con la propria coscienza, si preparò la colazione: una tazzina di caffè accompagnata da un cornetto con qualche goccia di marmellata, debitamente scongelato con qualche minuto di microonde. Soddisfatto, prese a crogiolarsi nell’idea di avere tutt’un’altra giornata davanti a sé e arrivò persino a stabilire una linea di condotta, anche se in termini generali: una specie di sommario piano strategico.

A dire il vero l’intera tattica era condensata nell’imperativo: “Devo finire di leggere il libro”.

Armato della sua fiducia burocratica e indossata la vecchia e comoda vestaglia da camera, accoccolato nella sua comoda e quieta poltrona, riprese in mano il libro e, quasi fosse un lavoro impartitogli da un superiore, si immerse nella lettura.

Gli fu inevitabile saltare anche quel giorno interi “capitoli”. Passava così di vita in vita leggendo solo alcune frasi, a caso. Perse completamente il segno dei nomi e delle genealogie e ormai assisteva quasi impotente al susseguirsi delle biografie.

Si sentiva come il visitatore di una gigantesco museo, di cui non riusciva a scorgere la fine. Ad ogni stanza si susseguiva una nuova serie di stanze, che si intravedevano dall’infilata delle porte aperte. Ed in ciascuna di esse le pareti erano ripiene di ritratti, meticolosamente precisi e fedeli fino all’ossessione, fino quasi a dare un senso di vertigine e di vuoto sotto i piedi.

Spinto dalla pignoleria che contraddistingue un buon burocrate, non si voleva tuttavia dare per vinto, e proseguiva quell’apparente infinito corridoio di stanze dando una fuggevole occhiata ogni tanto a qualche ritratto, quasi per togliersi lo scrupolo di non essere passato invano o di aver per disattenzione saltato qualche indizio importante allo svelamento del caso in esame.

Quando il crepuscolo della stanza si fece tale da costringerlo ad accendere il lume, si accorse che aveva saltato il pranzo e che una fame quasi rabbiosa si stava impossessando del suo stomaco. Posato il libro sul comodino, si slanciò verso i frigorifero e lo saccheggiò quasi in preda ad un raptus. Mangiò qualunque cosa gli venisse sotto mano fino a che non si sentì sazio e , quasi con rabbia, si riprecipitò in salotto. A questo punto odiava quel libro e non voleva dargliela vinta. Gliel’avrebbe fatta vedere lui. “Costasse anche uno sproposito – si disse quasi al limite del furore – da qui uscirà solo chi vince fra noi due”.

III

L’indomani il Signor G., nel riprendere coscienza, capì subito di avere qualcosa che non andava. Avvertiva uno strano ronzio nelle orecchie e poteva percepire i suoni solo in maniera ovattata, attraverso il flusso delle pulsazioni, marcatamente alterate. Il termometro non fece altro che confermare che la temperatura corporea era sopra la media.

Quasi si rallegrò per avere questa volta un motivo valido per rimandare anche quel giorno il lavoro in ufficio. In fin dei conti dunque, quella che era apparsa una scusa solo il giorno prima, risultava invece nient’altro che una anticipazione della verità.

Benchè provasse una leggera vertigine, si sollevò dal letto e si diresse verso il tavolino in cui la sera precedente aveva abbandonato il libro. Presolo, rifece la strada inversa fino al letto, si sistemò con cura il risvolto delle coperte e, con una nausea appena percepibile, riprese la lettura del settecentesco libretto.

La storia in cui si immerse fu quella di Alerius Rufus,  un legionario romano, in stanza nella legione alle sponde del Reno. Controllava un piccolo forte ed era interessato a tenere a bada le stagionali incursioni dei barbari che tentavano invano di oltrepassare il limes per le loro razzie verso le fattorie della Gallia. In genere le incursioni si concludevano con omeriche bevute e il ritorno al punto di partenza delle tribù con un bottino appena sufficiente per far festa alcuni giorni. Lo facevano più per mantenere il loro onore e la nomea di tribù guerriere fedeli alla legge del più forte, che per un piano bellico preciso e con finalità stabilite. A niente valevano le immancabili rappresaglie delle legioni romane che, attraversato il grande fiume, vendicavano immancabilmente la rottura della tregua con qualche piccolo genocidio di deterrenza.

Rufus aveva alle sue dipendenze un’intera centuria e la tirava su con lo stesso rigore con il quale tirava su la numerosa famiglia. Aveva sposato una ragazza del luogo, con lontane origini celtiche visibili nel biondo delle trecce e nell’azzurro lavato degli occhi.

Inutile dire che Elgen, tale il nome della compagna, dopo 7 parti e dopo una vita al limite dell’umano era ormai irriconoscibile e pareva avere il doppio degli anni che effettivamente aveva.

La vita di Rufus, come era prevedibile, era raccontata con una dovizia di particolari tale da esasperare, come se all’autore fosse concesso un tempo infinito e interi scaffali di carta per redarla. La relazione arrivava persino a descrivere le preoccupazioni a cui Rufus si dedicò nel vedere spuntare un grosso eczema sulla propria coscia. Rufus aveva visto un suo sottoposto morire nel giro di pochi giorni per il suppuramento di un graffio ottenuto in una scaramuccia contro i barbari. La ferita si era suppurata e aveva lo stesso identico aspetto di quella che Rufus osservava preoccupato giorno per giorno.

Il Signor G., preso da esasperazione per la pochezza della vita di Rufus, saltò di pie’ pari qualche centinaio di pagine, aprendo e rischiudendo il libro dopo aver dato solo una leggera occhiata all’ultima pagina.

Si trovò così alle prese con la biografia di un certo Malconius. Solo dopo alcune pagine riuscì a capire che si trattava del secondo figlio di Rufus. Malconius aveva ereditato la natura paurosa del padre e sembrava posseduto da un diversa ossessione: la retorica e la purezza della lingua latina. In preda a tale passione aveva intrapreso il lungo e periglioso viaggio verso la vicina città di Treviri, dove era situata una scuola tenuta da un immigrato Greco, finito lì chissà dopo quali odissee.

Malconius era un personaggio del tutto privo di qualsiasi attrattiva. Era come guardare una infinita parete grigia su uno sfondo nuvoloso. Era ridicolo il suo entusiasmo, visto il poco o nullo talento di cui era dotato, come altrettanto ridicoli erano i suoi sogni di diventare una retore famoso e conosciuto fino nella Capitale. Solo un piccolo particolare si interpose fra lui e la gloria certa: la domenica del 5 maggio del 435 D.C. una moltitudine di stirpi barbare si rovesciò oltre i limes imperiali saccheggiando e depredando come fossero usciti dai libri dell’apocalisse. Si portavano dietro i carri con sopra le donne e il loro bestiame.

Malconius fu una delle molte vittime. Di tutta la scuola si salvarono appena due giovani studenti che vennero trascinati via come schiavi e come possibile fonte di una vendita. La stessa sorte capitò al giovane figlio di Malcomius, appena tredicenne: Ilarione. Il libro continuava seguendo le peregrinazioni della tribu dalla quale era stato rapito e reso schiavo, mentre si susseguivano i saccheggi, le stragi e il bottino. Nessuno ostacolo si frapponeva ormai al dilagare dell’invasione. L’impero, incapace di organizzare o di approntare un esercito in grado di fermare lo tzunami barbaro, tentava di comprare i capi tribù con offerte d’oro e di terre in cui stanziarsi.

Ilarione seguì il capo barbaro degli Alani nelle sue scorribande fino alle porte delle Alpi. Qui, dopo un abboccamento con un generale romano che promise un forte donativo d’oro alla sua gente perché prendesse le difese dell’impero e si impegnasse a ricacciare nelle loto terre i fratelli germani, la marea si placò.

Come suggello del patto il capo degli Alani, di nome Vitigildo (Gotico appartenente ad una frangia della potente famiglia degli Amali) Ilarione venne scambiato con alcuni giovanetti goti e si trovò sballotato, dopo un lungo viaggio, alla corte di Ravenna. Poco a poco il Sig. G. si affezionò alla figura di quell’esile giovanetto, preda di sconvolgimenti e gesta che avrebbero cambiato il volto del mondo.

Insieme a lui parve provare la stessa attrazione anche un dignitario Bizantino, tale Themisio, che faceva parte della delegazione dell’altra parte dell’Impero: quella orientale. Lo riscattò e ne fece un suo servo. Lo portò con sé nella grande Costantinopoli e gli diede modo di studiare e di divenire una figura di un certo peso, a capo di una sezione dell’immensa burocrazia bizantina. Tutto sembrava avviato verso una serena maturità, dopo il suo felice matrimonio con Teodora, una nobile ragazza figlia di una inflente famiglia di corte, quando Ilarione cadde vittima di un sicario assoldato da un invidioso concorrente. La povera Teodora, terrorizzata per la sorte sua e del figlioletto di Ilarione, a cui avevano dato il nome di Arcadio, in onore dei benefici ricevuti dall’imperatore, dovette abbandonare la città, divenuta troppo pericolosa e trovare rifugio in un villaggio di proprietà della famiglia posto nella più sicura Anatolia settentrionale.

Poi venne la volta della vicenda del piccolo Arcadio e del figlio di lui Ilarione le cui vite però scorrevano noiose e prive di grosse svolte. Le vite si fondevano e pareva quasi impossibile differenziarle una dall’altra.

Nel frattempo al febbre era cresciuta e Il sig. G. dovette cedere, stremato, al sonno.

Si svegliò al trillo del citofono e, barcollante, si diresse verso il portoncino. Stupito si accorse che era ormai giorno inoltrato e le pulsazioni parevano ormai un rullo basso e continuo di timpani lontani.

Sul pianerottolo comparve una persona che si presentò come il medico fiscale che, in modo deciso ma con un sottofondo di gentilezza, avertì che era lì per controllare a che punto fosse la sua malattia. Vedendo il colorito del Sig. G. si premurò di accompagnarlo alla camera da letto e aiutarlo a stendersi, temendo che svenisse da un momento all’altro.

Una volta eseguita una visita sommaria ed aver fatto alcune domande circa la febbre e i sintomi che accusava il paziente, tirò fuori un ricettario e scrisse con una calligrafia svolazzante qualche riga.  Poi con un accento serio volle essere rassicurato sul fatto che il paziente avrebbe fedelmente seguito la cura. Lui sarebbe ripassato l’indomani per un accertamento.

Alzando lo sguardo e percependo il silenzio in cui era quasi affondato l’intero appartamento si azzardò a chiedere se il Sig. G avesse qualcuno a cui demandare l’acquisto delle medicine.

– Ci sarebbe la donna delle pulizie, ma viene di giovedì. Si limitò a dire con una voce rauca G.

– Bene, la chiami oggi e la faccia venire. Le medicine le prenderò io stesso e gliele farò recapitare tramite la portinaia che ho visto al piano terra. Del resto lei ha bisogno anche di qualcuno che la sorvegli e le cucini qualcosa. Anche perché le proibisco in modo assoluto di alzarsi e di fare sforzi. Posso fidarmi che lei si atterrà a questo piccolo compito?

Il Signor g. si limitò a scrollare il capo per assenso. Era ancora frastornato dal risveglio e viveva il tutto come se fosse solo il proseguo di un sogno noioso.

Stretta la mano al medico per commiato e richiusa la porta alle sue spalle il Sig. G. si diresse in camera e stremato, quasi avesse compiuto uno lavoro fisico estenuante, si abbandonò sul letto, crollando in un sonno improvviso.

Lo risvegliò di nuovo il trillare del campanello. Doveva essere la portinaia con le medicine. Si diresse intontito verso la porta, ascoltò l’incomprensile sproloquio della Signora Gina limitandosi ad assentire con vaghi cenni in modo da simulare che quelle frasi avessero per lui un senso compiuto, ringraziò e, prese le medicine, rassicurò la portinaia che si trattave solo di un malessere da nulla e che quindi non c’era di che preoccuparsi.

Ormai tutte quelle visite non facevano che urtarlo, impedendogli di proseguire la lettura. “Se solo mi lasciassero in pace tutti per qualche giorno” –  si disse.

Per evitare inutili litigi con il medico fiscale prese scrupolosamente tutte le medicine e, avvoltosi le spalle in un plaid di lana a mo’ di scialle, tornò a letto deciso a riprendere la lettura.

“Devo però accelerare un po’. Prima o poi deve arrivare ad una fine no?… Che senso avrebbe altrimenti?”

Fu così che cambiò metodo di lettura. Per diverse volte si limitava a dare una occhiata all’ultima pagina, richiudere il libro e riaprirlo alla fine, saltando così di colpo tutte le varie generazioni.

Dopo che una ventina di vite scorsero così, senza che nel frattempo si accorgesse dello scorrere del tempo reale, era giunto appena al 15 luglio dell’Anno Domini 1224. La vicenda pareva essersi spostata in un paesino del regno di Federico II e narrava la vita di un piccolo coltivatore di nome Diodato. Costui aveva un piccolo appezzamento di terra avito che a stento gli consentiva di tirare a campare una famiglia di 6 fra figlioli e figliole. La vita di Diodato scorreva lenta come una giornata d’estate, i problemi erano sempre gli stessi e le speranze legate appena alla possibilità della semplice sopravvivenza. Vedere quella gente china da mane a sera, curva sul proprio fazzoletto di terra dal quale a malapena poteva trarre il pane per sostentarsi, fra malattie e morti infantili, fra innumerevoli vessazioni vissute con la docilità di una pecora condotta al macello, estenuarono a tal punto il Signor G. che gli fecero riporre il libro, quasi a dover riprendere fiato.

Doveva pur mangiare qualcosa, come s’era raccomandato il medico. Per cui si alzò, riuscì con enormi sforzi ad aprire un barattolo di minestra di ceci già pronta, lo riscaldò e dovette sforzarsi a trangugiarne qualche cucchiaio. Sentiva la bocca riarsa e il cuore pulsare quasi si fosse spostato nella tempia destra. Il tepore della minestra, parve dargli un attimo di respiro e, rincuorato, si rinfilò nel letto.

Per un istante gli parve di udire il grido di un rondone per strada. Quel grido parve portare il sole e la calda atmosfera estiva.

IV

Nel coricarsi si ripromise di arrivare almeno fino al 1400, convinto che il sonno stesse per righermirlo. Per cui ripetè la solita manovra di chiudere il libro e scorrere solo alcune righe dell’ultima pagina per poi riaprirlo, fino a che non fosse arrivato alla data stabilità o, meglio ancora oltre.

Mentre ripeteva in modo svogliato e automatico il procedimento qualcosa lo colpì come una luce. Nella pagina compariva il suo cognome: G.

La vita della persona che lo portava era quella di Lorenzo G. un apprendista nella grande bottega di uno scultore-architetto Senese di media fama. Lorenzo si trovava proprio in un cantiere della fabbrica di una Chiesa e guidava le maestranze a lui sottomesse, semplici manovali e operai che mettevano le braccia alla realizzazione dell’opera. La vita di Lorenzo si troncò improvvisamente all’età di 39 anni per una disattenzione fatale mentre , dall’alto di un ponteggio stava impartendo degli ordini ad uno scalpellino intento al lavoro di un capitello presso la navata laterale destra. A niente servì riportarlo in barella a casa, dalla sua compagna. Nello stenderlo sul letto, spirò l’ultimo respiro.

Poi fu la volta del secondogenito di Lorenzo, Ambrogio G. Costui dovette stentare diversi anni per raggiungere il posto occupato dal padre, girare per diverse botteghe fino a potersi permettere una maturità se non agiata certo immune dai fastidi della fame e delle malattie.

Il sonno, come un silenzioso uccello notturno, ghermì il Signor G. proprio nel momento in cui Ambrogio si trasferiva a vivere proprio nella regione dove adesso abitava il lettore.

Il giorno seguente la febbre non sembrava dare segni di cedimento, anzi. Ormai però il Signor G. aveva quasi fatto l’abitudine al sordo ronzio nelle orecchie e al debole formicolio sulla parte sinistra della spalla. Doveva resistere solo pochi giorni e tutto sarebbe ritornato come prima.

A metà mattina si ripresentò il medico fiscale. Come la prima volta sottopose il Signor G. ad una visita auscultandogli il cuore e il respiro, prendendo nota della temperatura e, prima di accomiatarsi, minacciando bonariamente verso G. di seguire le prescrizioni, di non compiere nessuno sforzo e di riposarsi. Poi, benché nessuna richiesta a proposito, fosse perveuta da parte del paziente, si sentì in dovere di avvisarlo che la situazione non era da prendere alla leggera. “Per ora siamo in presenza di una leggera tachicardia. Le medicine dovrebbero rilassarla e, ad ogni buon conto, domani saremo in grado di decidere se ricorrere ad un ricovero”.

Ormai il Signor G. non prestava la minima attenzione a quanto andava dicendogli pacatamente il medico. Udiva al suo posto un piacevole sciabordio, come fosse ai piedi un mare calmo, in una giornata di aprile dal cielo color zaffiro. Socchiudendo gli occhi il Sig. G poteva quasi sentire il profumo della salsedine misto all’acre odore delle alghe piaggiate. Gli parve di udire persino il richiamo di un gabbiano, ma probabilmente era solo il verso di un clacson lontano.

Visto che il medico gli aveva proibito in maniera categorica il caffè, e visto che sentiva lo stomaco vuoto, decise di riscaldarsi una tazza di latte inzuppandovi qualche biscotto per “fare sostanza”.

Benchè frastornato ritrovò la strada per la camera, si rinfilò fra le coperte e, quasi fosse un compito pignolo e indeferibile,, riprese in mano il libro e riprese a leggere.

Nella lettura riusciva persino a non avvertire più nessun sintomo che invece riappariva potente appena il libro era stato riposto e la mente non era occupata e immersa in quell’oceano di parole.

Passarono così anche le ore che lo separavano dalla notte. Benché lottasse disperatamente contro il sonno, benché ormai la lettura si intrecciasse a periodi di sonno in cui crollava completamente incosciente il Sig. G. arrivò finalmente all’anno 1895. E la vita che si apprestava a leggere, non c’era più alcun dubbio era quella di suo nonno: Luigi, fu Mattia.

V

La mattina del Giovedì arrivò, puntuale come una perturbazione annunciata dagli esperti meteorologici, la donna delle pulizie. Essendo a metà servizio era ovviamente una donna a metà. Era non più alta di un metro e mezzo, e camminava quasi rotolando. In compenso sembrava dotata di 30 mani e di una vitalità insospettabile per l’età, che pareva dover aver sorpassato ormai i 50.

Preso contatto delle news dalla portiera, con cui era solita scambiare informazioni sulla natura dell’essere umano, in specie di quella presente nel caseggiato e nel vicino circondario, Rosaria (tale il suo nome) prese saldamente in mano le redini del piccolo appartamento. E instaurò in esso il regime femminile dell’ordine e della pulizia.

Fece alzare il Signor G. dal letto, issandolo agilmente quasi fosse un sacco della spazzatura e deponendolo nella poltrona perché potesse “rifare il letto”, diede aria alla camera, cambiò federe e lenzuola. Il tutto senza mai smettere di produrre un suo discorso interiore a mezze labbra sui mali della società, sul rincaro delle patate, sulla poca propensione del genere maschile alle cose pratiche.

Il Signor G. la vedeva andare e venire, istupidito dalla febbre e dal dolore al petto, quasi fosse un elettrodomestico impazzito. Una lucidapavimenti di cui si è perso il controllo. Aveva perso qualunque forza di opposizione per cui, si fece riportare a letto di forza e imboccare come un infante una sostanza collosa di cui era inutile chiedersi la vera natura.

Rosaria chiuse la porta della camera, perche al “dottore”, come chiamava G. non dessero fastidio i rumori provenienti dal riassetto delle altre camere. Quest’ultimo poteva comunque sentire, anche da dietro la porta il lungo monologo filosofico con cui quel piccolo demiurgo femminile accompagnava il riassetto dell’universo.

Non vedeva l’ora di poter restare solo. Il solo fatto della presenza di un essere estraneo che, indisturbato, toccasse le sue cose era come una ferita alla sua intimità.

Pur di non essere assalito dalla depressione, cercò riparo nella lettura. La curiosità provata la notte precedente nell’iniziare a leggere la vita di suo nonno, era tuttavia un po’ scemata e ai suoi bordi cominciava a comparire come un sordo rumore, da prima indistinto e sfocato, ma non certo di natura benigna. Era come sentire i cupi rumori dei tuoni di un temporale che avanza, sempre più vicini e più minacciosi.

La parte che ora stava leggendo riguardava la partecipazione di suo nonno alla Grande Guerra. Vi apprese l’angoscia, il terrore, il freddo della pioggia nelle trincee, l’odore di sangue il tremendo lamento dei feriti caduti a pochi passi sotto il fuoco dei cecchini. Rivisse giorno per giorno la noia e la paura di cui sono fatte le anime di quelli che chiamiamo eroi. Le lacrime versate per la nostalgia di casa negli occhi di quelli che erano appena dei ragazzi, messi lì da un dio malevolo, perché uccidessero a vicenda ogni traccia in loro di umanità, di fanciullezza.

Questo per tre interminabili anni, giorno dopo giorno, quasi la desolazione non potesse avere più fine e il mondo fosse condannato a da un eterno orizzonte di orrore. Ormai le persone erano come possedute da un demone imperioso che era riuscito a fugare in ciascuno anche il minimo residuo di speranza, di volontà, di ribellione. Erano e si sentivano come ingranaggi di un macchinario lucido e infernale.
Inebetiti e increduli tornarono a casa con la convinzione che ormai niente poteva essere più come un tempo, nessun sapore e nessun odore si sarebbe salvato. Per sempre avrebbero percepito quell’odore di fango e sangue, per sempre avrebbero sentito le grida dei compagni e il crepitare delle armi nemiche, per sempre quel cielo plumbeo che piangeva atroce sopra di loro. Ecco perchè la persona che dopo quei tre anni ritorno all’abbraccio dei suoi non aveva altro che le fattezze del ragazzo partito appena tre anni prima. Aveva conosciuto il mestiere dell’uomo, aveva avuto per banchi di scuola dei fossi delimitati da filo spinato e per compagni molti che non avevano avuto la fortuna di terminare gli studi.

Tutte queste considerazioni egli le apprese dalle pagine del libro che riportavano, insieme ai fatti più minuti, anche i sentimenti provati, i dubbi, le speranze del giovane Luigi.

La vita comunque riprese, con il suo lento e monotono giro, a ripianare. Come il lento lavorìo dell’onda sugli scogli si prese cura di lisciare le asperità, accarezzandole giorno per giorno col monotono e pignolo fervore di un motore elettrico.

Così Luigi, per campare mise su, insieme a un cugino, una libreria. G. ricordò il giorno in cui suo padre glie l’aveva mostrata in una fotografia. Mostrava una vetrina in art decò alla cui porta erano immortalati dall’obiettivo i due soci, impacciati e stretti negli abiti allora di moda, con dei baffi arricciati che cercavano di nascondere invano la giovinezza.

Sistemate la faccende economici Luigi decise di mettere su casa e di sposare Viola Adolfi, una ragazza di “buona famiglia”, come si diceva un tempo. Da lei ebbe 2 figli e con un debole sorriso il Signor G. riconobbe nel secondogenito il nome di suo padre (quasi dicesse: “Ovvio, no? Chi poteva essere altrimenti?”).

Sapeva il modo in cui suo nonno era morto per il racconto fattogli da suo padre, ma non con i particolari esposti nel libro. Aveva sentito dire che suo nonno era morto per un incidente occorsogli in libreria. Era scivolato dalle scale mentre portava sul soppalco una grossa pila di libri. Quello che lesse però lo impressionò talmente che dovette poggiare il libro per riprendere fiato. Rivide un cappio di corda appesa ad una trave della libreria e un ombra che dondolava sinistramente.

Il cuore, a quella immagine, sembrava una caldaia entrata in panico, la vista gli si annebbiava a tratti e la vertigine provocava leggere ma fastidiose contrazioni allo stomaco. Cercò di alzarsi ma fatto perno sui piedi capì che questi non avrebbero retto il peso. Quasi fosse dotata di qualche senso non mortale, comparve sulla soglia Rosaria. Dopo aver esposto in maniera professionale la relazione sui lavori e sullo stato di fatto delle opere, chiese cortesemente se “il dottore” avesse bisogno di nient’altro.

– Solo un debole giramento di testa, grazie – si scermì Il signor G. – E’ già passato, devo essermi alzato troppo bruscamente.

Rosaria si limitò a guardarlo con uno sguardo per metà incredulo come a dire : “Si, come non lo sapessi… tutti uguali questi maschietti”.

– In ogni caso, visto che lei è solo – e qui gli occhi di Rosaria lanciarono un lampo misto a compassione e condanna – vengo anche domani… così almeno le preparo qualcosa di caldo. Non può continuare a mangiare quelle schifezza in scatola…

Il signor G., conoscendo l’irresolutezza dell’animo femminile e ancor più dell’animo Rosarico, chinò il capo, quasi udisse la sentenza inappellabile di un Giudice di cassazione.

– Grazie, ma non  il caso che Lei si…

– Il caso lo deciso io, dottore. A domani.

VI

Solo il cupo rumore dello sbattere deciso del portoncino di ingresso parve rianimare il malato.

– Vedi? – disse a se stesso – Occorre solo che mi lascino in santa pace. Devo aver accumulato senza accorgermene una fatica interna e sono forse stato oculato a voler rimanere a casa lunedì. Chissà cosa sarebbe successo in ufficio se mi ci fossi precipitato come tutti i giorni.

Rincuoratosi, arrivò sino al punto di convincersi che stava già decisamente meglio, che quasi non avvertiva il fastidio alla spalla e che, ancora qualche giorno e sarebbe stato tutto come prima. Il profumo di biancheria pulita, gli ricordò per un attimo le convalescenze da piccolo e percepì quasi la sensazione piacevole di essere accudito, quasi avvertiva la presenza e vicinanza di una entità materna scomparsa da tempo.

Luigi si era tolto la vita non solo per disperazione causata dai debiti ma per una sorta di tarlo che era entrato in lui tempo prima. Aveva covato per anni e infine era esploso dentro di lui. Aveva cercato di porre rimedio cercando di inscenare una vita normale, con famiglia e affari, ma dentro di sé sapeva che era una impresa destinata solo a protrarre una fine già decisa.

Luigi lasciò moglie figli quasi in mezzo ad una strada.

Vennero accolti nella casa del Padre di Viola: un pedante medico che

La storia continuava con l’infanzia del piccolo Mario, il padre di G. Andando avanti con la lettura quest’ultimo rivisse molti dei racconti che aveva udito dalle labbra del padre: i suoi studi in un collegio di preti, la severa disciplina che vigeva in casa dei nonni, la oppressione e il desiderio di diventare grande per correre via con le proprie gambe da quel posto opprimente. Gli studi universitari e il nascere e crescere del fascismo riverberato in una piccola cittadina di provincia.

Dalla vicenda il Signor G. prese a rivedere il giudizio su suo padre. Ne condivideva gli slanci e l’animo generoso. Quasi non riconosceva in lui l’uomo severo che aveva sempre creduto di conoscere. Sapeva le idee politiche del padre, ma ora capiva da cosa nascevano: la ribellione al regime non era altro che l’estensione alla ribellione al regime familiare dei nonni e, ancor più ad un astio verso il gesto paterno. Lo considerava quasi vile, come se il poveruomo avesse con ciò dimostrato di essere un pavido, uno che non accetta di ribellarsi e lascia degli innocenti in balia di se stessi.

Rilesse la pena della madre per i gesti sconsiderati del figliolo, che non esitava a gridare ai quattro venti tutto ciò che invece allora era più saggio tacere. Lo amava, tutto qui e nel rimproverarlo capiva che la ragione stava invece dalla sua parte e sentiva se stessa piccola a preoccuparsi solo del suo amore di madre.

Mario, terminati gli studi, si allontanò dalla casa del nonno senza neppure un grazie. Van furono le lacrime di Viola nel cercare di farlo ragionare. Mario si cercò un lavoro come scrivano in una piccola ditta di trasporti e si trasferì da un amico. Nel frattempo collaborava con un foglio clandestino scrivendo articoli infuocati che inneggiavano alla resistenza al potere. Fu in quegli anni che conobbe una ragazza: Piera.

A questo nome il Signor G. ebbe un leggero mancamento. Quando riprese coscienza si accorse che già la luce che filtrava dalle persiane chiuse era sintomo dell’appressarsi della sera.

Chissà se avrebbe avuto la forza di trascinarsi almeno fino al bagno e poi in cucina per mandar giù qualcosa di caldo.

“Forse le medicine stanno facendo effetto – si disse – scoprendo che gli erano ancora rimaste le forze sufficienti a reggersi in piedi e, pur con l’aiuto della stampella che Rosaria gli aveva posto accanto alla testiera del letto, muovere dei passi incerti ma comunque adeguati allo scopo.

Rinfrescatosi e assaggiato il brodo che Rosaria aveva lasciato pronto sui fornelli, al Signor G. sembrava quasi esser di nuovo fra i binari consueti.

Certo, non era tutto esattamente a posto, ma sembrava scorgere piccoli cenni di miglioramento. O almeno si sforzava di trovarli. Per cui rinunciò di proseguire la lettura nella sua poltrona e, ubbidiente come uno scolaretto, riprese la strada per la camera da letto. Giunto qui e riavvolto dal caldo guscio delle coperte afferrò il libro deciso a porre fine alla lettura. Scorse quindi le pagine della vita del padre con la tecnica già ormai abituale.

Scorse così gli anni del confine in cui era stato condannato il padre, i suoi pensieri e le sue speranze, la fine della guerra e il ritorno a casa, l’impegno politico per la nascita della neonata repubblica e infine la SUA nascita, la nascita di quella stessa persona che ora teneva quello strano libro fra le mani.

Qui il libro sembrava interrompersi una ennesima volta e cambiare quasi la forma. Si accorse che la struttura delle pagine era mutata, adesso il libro pareva una agenda giornaliera, riportava le vicende giorno per giorno.

La vicenda di Mario veniva abbandonata per concentrarsi sulla vita del piccolo.

Rimandando l’ansiosa domanda di come ’autore fosse potuto entrare in possesso di certe informazioni riguardo la SUA vita G. si reimmerse nella lettura convinto che ormai la strana vicenda fosse giunta al necessario svelamento.

Giorno per giorno rivisse la sua infanzia e, ad ogni vicenda, che credeva dimenticata, riaffioravano profumi, suoni e colori che risbucavano da sepolcri come zombies da un film dell’orrore.

Rivisse così gli anni della scuola senza stupirsi che nel libro venissero riportati persino i problemi e i compiti in casa affidati dagli insegnanti.

Man mano che proseguiva la trattazione si faceva puntuale fino al ridicolo, quasi un diario di una persona con un’unica e ossessiva preoccupazione: se stessa. Come sempre gli capitava, nel leggere un romanzo, fu preso dalla voglia di saltare pagine e interi capitoli preso dalla curiosità di finire e di sapere come finiva la vicenda.

Non seppe dire se era la febbre o l’ormai costretta immobilità ma non sentiva alcun bisogno di dormire. Era ormai arrivato al suo ingresso nell’ufficio in cui ancora lavorava, la conoscenza dei colleghi e, da lì, la china dei giorni, apparentemente tutti uguali che lo avevano condotto all’esatto istante in cui stava leggendo.

Dovette chiudere e riaprire il libro innumerevoli volte perché il racconto pareva rallentare in maniera quasi esasperante. “Che cosa mi importa sapere cosa ho comprato il 17 aprile di 10 anni fa?”. E quasi con stizza, sfogliava il libro in avanti.

Fu proprio nel cuore della notte che arrivò finalmente alla settimana attuale, quella in cui era iniziata la sua indisposizione. Rilesse persino i pensieri che aveva fatto, i piccoli e inutili gesti indegni di qualunque attenzione o senso, rilesse – e lo stupìì non provare alcuno stupore nel leggere se stesso che leggeva in quel libro che ora aveva fra le mani.

Non aveva tempo per preoccuparsi di astruse questioni di specchi specchiantesi in sé. Voleva ormai vedere la fine del libro.

Si accorse però ben presto della non facile soluzione a quello che appariva un semplice e innocuo desiderio.

Era ormai arrivato allo stesso preciso giorno e alla stessa ora di ADESSO.

Stava leggendo insomma di sé stesso che leggeva quando improvvisamente il libro parve interrompersi di colpo, seguivano delle pagine bianche. Richiuse il libro con stizza, tanto che il movimento gli produsse una fitta al costato che quasi gli tolse il fiato.

Riaperto il libro ala prima pagina questa riportava solo una sola frase.

Ore 5.52 : G. si spegne, stroncato da un infarto. Ebbe appena il tempo di poggiare il libro e volger lo sgurado verso la debole luce che filtrava dalle persiane chiuse.

Gli parve persino di udire il grido di una rondine il cui volo si perdeva fra i vicoli.

 

 

 

Shopping

Il giovane entrò nel negozio con la testa china. Si avvicinò al banco, dietro il quale troneggiava un uomo grosso quanto un armadio, vestito di un camice unto, con le maniche arrotolate sino ai gomiti e le braccia pelose conserte nel vasto petto. L’uomo guardava il ragazzo come dall’alto di un pulpito, quasi in attesa della sua ammissione di colpa.
Il ragazzo si fece ancora più piccolo e si strinse nel misero cappotto. Non alzò neanche lo sguardo quando parlò. Le sue parole erano sommesse come il sospiro di una corrente che trapassa una soglia socchiusa.
– Vorrei del silenzio
– E quanto ne vorresti? – chiese l’uomo del banco
– Non so… ho solo queste…
E nel dirlo trasse dalla tasca un piccolo fagotto, formato da un fazzoletto, neanche tanto pulito. Lo svolse con cura, sempre col viso chino.
Sollevando la mano rovesciò il contenuto del fagotto. Sul piano di marmo si sparpagliarono alcune cose lucenti.
– Lacrime. – esclamo con un ghigno l’uomo del banco – E neanche della migliore qualità. Al massimo ti ci puoi comprare qualche giorno, ad essere generosi.
– Ma io…
– Le lacrime sono facili. Il silenzio invece… È roba per ricchi
Il giovane chinò ancor di più la testa e alzò impercettibilmente le spalle come in senso di accettazione.
L’uomo del banco sparì dietro la porta del retro e ritorno subito dopo con un pacchetto che porse al giovane. Questi lo prese e lo fece sparire in una tasca del cappotto, poi, senza un’altra parola o gesto si diresse alla porta e svanì nella strada.
La campanella della porta trillò, come un usignolo in agonia.

Miscosmìa

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Il mondo sarebbe migliore se non esistessero le donne. E insieme ad esse gli ebrei, i negri e i cinesi, i bambini e gli avvocati. Sarebbe migliore se non esistessero i preti, le badanti e i vecchi.

Il mondo, lo sapeva lui come sarebbe stato migliore. L’avessero data a lui la guida avrebbe mostrato come si dirige la baracca.

Il mondo sarebbe migliore se non esistesse il mondo. Se non fosse mai esistito. Se fosse rimasto nel buio ventre di sua madre.

Così se il mondo non fosse mai stato, a chi mai sarebbe venuto in mente di far caso alla sua gobba?

Che aveva poi la sua gobba di così strano da attirare gli sguardi di tutti? Forse che non aveva diritto di esistere una gobba come la sua?

Se fosse stato lui il Signore avrebbe creato un mondo senza gobbe.

Ecco, quello sarebbe stato un mondo migliore.

LE FAVOLE DI PEDRO: Lo sgnizzo

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Un giorno alcuni pescatori erano in spiaggia intenti a spinare uno sgnizzo. Passò per caso un Tale che, avvicinatosi e presa visione di quanto facevano i pescatori disse loro:
« Ma che state facendo? Questo non è uno sgnizzo! »
«E a lei cosa importa scusi ? – replicò quello che pareva il capo – È forse SUA la storia? L’ha inventata LEI forse? Certo è facile, con la pancia piena, arrivare e criticare gli altri. È facile senza essere stati disoccupati e aver sofferto la fame per mesi arrivare in spiaggia e fare il saputello! Si vergogni! Noi qui ci hanno chiamato per lavorare, non per ciarlare al vento con la saccoccia piena.»
«Rimane il fatto che quello che avete per le mani non è uno sgnizzo. Lo sgnizzo innanzitutto non ha…»
«Ma di cosa si impiccia? – lo interruppe bruscamente il pescatore -Non ha altre cose da fare che ficcare il naso negli affari degli altri?»
«È arrivato Mister sotutto!» sogghignò un altro pescatore.
«Io quando sento certa gente mi prudono le mani» disse un terzo dimenando il coltellaccio sopra la testa.
«Vada a ficcare il naso nelle SUE favole e non rompa i coglioni in QUELLE degli altri. A noi il Signor Pedro ci da lavoro e se il Sig. Pedro dice: Ragazzi andate in spiaggia a spinare uno sgnizzo, noialtri mica si sta a filosofare o a fare i talkshow. Quello è roba per checche figli di papà. Per cui le consiglierei di girare alla larga.»
« Ma…»
I pescatori, a questo punto si rivoltarono come un sol uomo e presero a rincorrere il Tale. Lo raggiunsero quasi alla fine della spiaggia, gli tolsero tutti i vestiti e presero a spinarlo come poco prima facevano con lo sgnizzo.
«Cosa dite? Gli piacerà al Signor Pedro come abbiamo fatto finire la SUA favola?»

La Chiesa dei non Credenti del Terzo Millennio

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Il pastore Mauritius Woldenstein, nell’agosto del 1955, dopo una acuta crisi spirituale in cui perse completamente la fede, fondò in un paesino delle Alpi la Chiesa dei non Credenti del Terzo Millennio. Subito accorsero i primi fedeli e Mauritius trovo molto difficile spiegar loro l’unico comandamento, ossia che non dovevano assolutamente credere nella Chiesa. Dal pulpito cercava di convincerli che Dio avrebbe salvato SOLO quelli fra loro che non avrebbero creduto; che la fede, in sé, era cosa da contadini e che non avrebbero MAI dovuto credere a nessuno. Lui compreso.
Alla fine i fedeli capirono. Ma siccome ormai erano diventati dei non credenti, non credevano neanche alle parole del pastore. Per cui continuarono come prima: a credere di non credere alla Chiesa non Credente del Terzo millennio.

La macchina del tempo

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Ricordo con grande piacere il periodo in cui io, il fisico Edo Manera e Pippo Baudi (il celebre calciatore del Napoli) affrontammo il problema dei viaggi nel tempo. A dire il vero l’idea venne a Manera che, avendo fatto una figuraccia sessuale con la pivella, si domandava in quale modo avrebbe potuto rimediare. “Se solo potessi tornare indietro nel tempo..”, pensava.

Fu così che, non avendo altro da fare in quella noiosa cittadina di provincia, ci mettemmo seriamente all’opera e nel giro di pochi mesi, dopo accurati calcoli e un numero imprecisato di birre, costruimmo il primo prototipo.

A dire il vero era alquanto ingombrante (occupava quasi tutta la verandina al di sopra del garage della casa dei miei). Contate però che allora eravamo giovani ed avevamo a disposizione pochi mezzi e ancora meno finanze. Per ovviare tale carenza finanziaria ci rivolgevamo a Lello, il figlio dello sfasciacarrozze Nanni che aveva l’attività non lontano da dove abitavo.

Purtroppo capimmo subito che il prototipo aveva un piccolo difetto di funzionamento: non era possibile regolare il tempo per cui si veniva immancabilmente teleproiettati nel 16 luglio del 1967 nel retro di un bar di Pompu in Sardegna. A niente valeva chiedere un caffè al posto del tamarindo o cercare di causare un precedente temporale in grado di far andare avanti la pellicola: all’uscita dal bar si veniva riteleproiettati nella verandina sopra il garage.

Ovviamente cercammo di porre rimedio intervenendo sulla manopola temporale (che nel prototipo era provvisoriamente un vecchio rubinetto di doccia) e sostituendo completamente il microchip del processore del tempo: quest’ultimo aveva infatti finito le pile e decidemmo di rimpiazzare l’originale (realizzato con pezzi di un vecchio convertitore euro-lire) con una più moderna sharp-digit a rullino di carta trafugata dall’ufficio di Nanni.

Il problema era non solo l’impossibilità di spostarsi in un tempo differente al 16 luglio 1967 e di non essere nel contempo anche trasportati nello spazio ma anche di non effettuare, insieme al tempo e allo spazio anche una regressione della memoria.

Ce ne accorgemmo con il secondo prototipo. Causa forse un errore di trascrizione della formula iniziale scoprimmo un piccolo inconveniente. La prova venne effettuata da Edo che voleva a tutti i costi essere portato indietro nel tempo per la storia della pivella (nel frattempo si erano mollati definitivamente e Manera ne soffriva in maniera terribile.).

Scoprimmo solo in seguito che l’utilizzatore della macchina veniva ancora teleproiettato nello stesso bar di Pompu ma, in compenso, ritornava al nostro tempo solo 15 minuti prima del tempo originario di “lancio” e quindi completamente allo oscuro di quello che era successo nei 15 minuti successivi. Quindi voleva di nuovo provare l’esperimento e, dopo lo stesso fetente bar di Pompu, ritornava a 15 minuti prima. E questo in un cerchio spazio-temporale infinito e irrisolvibile.

Credo che Edo stia ancora lì che si trasferisce dal terrazzino al bar di Pompu e viceversa.

Io e Pippo, non sapendo come spiegare la scomparsa di Edo decidemmo di dare un taglio agli esperimenti e di dedicarci con studi più approfonditi al prossimo esame delle medie.

Gli studi sulla macchina del tempo vennero da me ripresi solo nel periodo universitario in cui, insieme a Ottolino Gennari e al compianto prof. Gigi Faldocchetti-Rivera, decidemmo di rivedere le formule giovanili. Vi trovammo innumerevoli inesattezze (per esempio la radice quadrata era tondeggiante con evidenti conseguenze matematiche dopo l’uguale.)

Né risultò un terzo prototipo.

Finalmente riuscimmo ad evitare la teoria dell’eterno ritorno (nel bar di Pompu) e dello spostamento nello spazio. Ma per quanto facessimo non riuscimmo a far andare la manopola temporale al di là del 70.000 A.C.

La macchina non sembrava in grado di accettare date posteriori. Ma a parte questo lieve inconveniente riuscimmo a essere teleproiettati con una certa precisione nella data voluta. Dico certa perché come era possibile accertarsi di essere per esempio nel 12 gennaio 54.623 A.C. senza la presenza in tale tempo di un quotidiano o un calendario che si rispetti?

Alla fine, stanchi di fare la raccolta delle uova di zanzarosauro o di organizzare gare di Mammuth, decidemmo che una macchina simile non aveva mercato. Vi assicuro che girare per il paleolitico è di una noia mortale.

Finalmente trovammo la maniera di sbloccare la manopola temporale e demmo vita al quarto e definitivo prototipo. Quello che lei vede lì impolverato accanto alla moka napoletana. (Quest’ultima sì un’invenzione che si è rivelata utile e di successo).

Provammo allora in un passato meno remoto per studiare gli sviluppi di possibili alternative storiche. Per esempio ci tele proiettammo in Austria nella casa della mamma di Hitler, allora fidanzata con il tizio che l’avrebbe messa incinta del famoso dittatore. Cercammo con tutti i modi di mandare a monte il fidanzamento, in vista del beneficio “futuro” del mondo.

Non so se vi sia mai capitato di provare a fare ragionare una ragazzina innamorata, portando a vostro vantaggio delle ragioni pratiche. Sarebbe più facile svuotare il mare con un cucchiaino. Dopo 3 giorni di inutili tentativi decidemmo di abbandonare il progetto.

Ci tele proiettammo un po’ più indietro e provammo a depistare il ragazzo, in modo da evitare la possibilità che questi potesse incontrare la futura madre di Hitler e quindi sposarla.

Il tizio faceva l’imbianchino e, in preda alla mancanza di lavoro, progettava di trasferirsi nel paesello della ragazza.

Tentammo quindi diversi stratagemmi:

  1. tentammo di indirizzare il pittore all’estero, in Italia in particolare, millantando una domanda di imbianchini spaventosa. Non parve interessato perché odiava gli italiani;
  2. gli prospettammo la possibilità di intraprendere una carriera più remunerativa suggerendogli di dedicarsi agli studi. Si limitò a rispondere che, se era diventato imbianchino, era proprio perché la scuola lo faceva vomitare.
  3. Demmo lui dei soldi per mettere su una piccola ditta nel paese. Qui sembrò cambiare idea e accettò volentieri. Stavamo quasi a brindare per il successo, quando venimmo a sapere che era stata lei a trasferirsi nel paese di lui. Tutto da rifare da capo.
  4. Edo volle anche travestirsi da Don Rodrigo e mandare dei bravi al parroco che doveva celebrare il matrimonio con la minaccia classica: “Questo matrimonio non s’ha da fare”. Purtroppo non avevamo a che fare con un Don Abbondio, il prete infatti si limitò a dirci: “Se no? Che succede?”
  5. Stavamo quasi per tele proiettarsi ancora più indietro ed intervenire sulla nascita del pittore ma, istruiti dalla nostra incapacità in argomenti amorosi lasciammo perdere,

Alla fine dovemmo ammetterci sconfitti. Formulammo quindi la famosa teoria resa poi celebre dalla seconda legge del fancazzismo, che recita:

Indipendentemente dagli sforzi esercitati da chicchessia per farli andare in una qualsiasi direzione, le cose si evolvono per i cazzi propri in una direzione detta “stato inevitabile”

Con il quinto prototipo ci era finalmente possibile stabilire con esattezza la data di teleproiezione. Provammo dapprima a teletrasportarci nel futuro lontano: decidemmo per una data scelta a caso di cane: 23.012.

Una volta nel futuro però le nostre prospettive di successo rimasero deluse: innanzitutto ci trovammo a mal partito con la lingua. Nessuno sembrava in grado di capire quello che dicevamo. Non solo, ma credendoci rari e antichi animali estinti, fummo rinchiusi in una specie di zoo ed esposti alle visite delle scolaresche. Solo dopo rocambolesche peripezie riuscimmo a fuggire e a rientrare nel nostro tempo.

Provammo dunque con un futuro più prossimo (visto che viaggiare nel condizionale era ancora un optional). Stabilimmo di non scavalcare grosse distanze temporali ad evitare inconvenienti o avventure indesiderate e pericolose.

La data che scegliemmo, dopo attento studio, e sempre applicando la regola de caso di cane, fu quella del 20 aprile del 2548, precisamente alle 16 e 30.

Anche qui però ci aspettava una delusione. Appena dicevamo di essere venuti dal passato la gente ci guardava appena e passava oltre del tutto indifferente.

Come se uno venisse ora qui di fronte a noi e ci dicesse orgoglioso : “Vengo da Goni, o da Marceddì.”. Saremo tentati di dirgli. “Embè, che ci vuole?”.

Infatti nel 2.548 avevano già scoperto la macchina del tempo già da secoli e dopo un effimera moda l’avevano ritenuta una cosa del tutto inutile. A mio avviso a ragione.