Il Sig. Tizio esce dopo pranzo e sogna Eraclito

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Sedeva sull’orlo del meriggio

il cuore in mano

come una sentenza incomprensibile

e piano mormorava qualche frase

ma come fosse

un gioco inconcludente.

 

Attorno cose vuote, innecessarie

con appena una parvenza

di vita appiccicata sopra con lo sputo.

 

La colla che teneva in piedi il tutto

s’era ormai disfatta e i pezzi

per una cupa e ferrea statica

crollando toccavano la terra

col suono

di un carillon inceppato.

 

Arrugginito, il mondo

si rispecchiava

su poche timide pozzanghere.

La poesia

Abbiamo bisogno della poesia? Probabilmente no. O per lo meno ne abbiamo bisogno nella stessa misura in cui abbiamo bisogno del sogno. I fisiologi dicono che senza il sonno difficilmente un organismo potrebbe reggere, ma il sonno non è sogno. Quindi è difficile dire, almeno con solide prove scientifiche, che il sogno sia per l’uomo un bisogno primario.

Eppure da quando l’uomo è comparso, da quando cioè si è staccato dalla pura animalità, ha voluto al suo fianco la poesia, il sogno.

Oggi pare venuto il momento di separarsi da questa scomoda compagna di viaggio. Ci si sente ingombrati dall’averla accanto, gli occhi smunti e imploranti. Ci pare quasi che accenni ad un velato dissenso. Non ci possiamo permettere legami, tanto meno fastidiosi e ingombri.

Così la poesia muore di inedia. Sopravvive, come le colonie dei popoli vinti dalla storia, in patetiche riserve. Siede annoiata nei convegni sulla Poesia, ascolta i dottoroni susseguirsi nel podio a spiegare cosa sia e cosa non sia poesia. E nel frattempo guarda fuori, nei vetri appannati di una finestra, guarda l’unto sulle maniche dei camerieri, osserva le crepe dei soffitti,  e si domanda quanto tempo ancora le sia concesso, prima che il congresso termini e la gente, in lunghi e costosi vestiti da sera, si sparga per la città in cerca dell’ultimo bar aperto.

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Omicciattoli

 Well-Known World Brand Logotypes

Gli uomini stanno diventando, di pari passo alla loro produzione, dei prodotti di serie. Tra un individuo e l’altro sembra passare la stessa differenza che esiste tra un modello e l’altro della grande industria, ovvero: assolutamente e solo questione di piccoli, ridicoli dettagli (i cosidetti optional ).

A tali dettagli inessenziali non deve stupire poi che gli uomini attribuiscano grande importanza, e ciò sia nel caso dei prodotti che in quello delle persone. Ormai ciò che può individualizzare non è altro che fregio di serie, il “brand” certifica l’essenza.

A questo, l’individuo in via di agonia, resta angosciosamente attaccato, quasi alla sostanza stessa della differenza della sostanza.

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Retroguardie

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L’unica chance rimasta all’arte per farsi sentire nella storia dell’Occidente è stata l’avanguardia.
Il suo scopo: prendere a calci in faccia il pubblico conservava ancora un senso fin quando il pubblico aveva i suoi (per quanto retrivi) gusti e nel quale  – sulla base di questi gusti – giudicava degno o non degno un’artista. Quando ancora il pubblico aveva parti delicate da preservare e che potevano essere solleticate da un fastidioso prurito.
Ora invece, ad un artista che voglia mantenere un minimo di coscienza intellettuale, viene a mancare anche quest’ultima chance: lo applaudirebbero.
Già il solo fatto di usare la “violenza” (verbale, ottica o acustica) necessaria alla poetica di ciascuna avanguardia, con la sicurezza che questa verrà supinamente assorbita come un pugno su una massa di lana, blocca e reprime qualunque velleità d’urto ad un’arte che voglia ancora parlare e prendersi sul serio.
L’avanguardia ha, in sostanza, un suo senso quando e soltanto vi è da parte dell’uditorio un tabù da distruggere, un atteggiamento gretto da controbattere, una contro-estetica da demolire.
Senza contare inoltre che l’artista che vi si provasse avrebbe in sovrappiù da sopportare la cattiva coscienza di aggiungere qualcosa di brutto, piaga inavvertita su altre già procurate, sulla carne viva dello spirito di un pubblico e presenti in modo reale fuori del museo, della pagina scritta, o dell’auditorium.
Una violenza che perda anche la speranza di poter essere recepita in quanto tale perde anche la speranza di essere terapeutica per diventare infine il crudo simbolo di ciò che intendeva combattere: la disumanizzazione imperante.
In che modo infierire ancora su di un individuo che si è precluso ogni apertura verso l’esterno? Con quale coraggio aggiungere le proprie bastonate a quelle di un sistema che attende, calmo, dietro e dopo ogni applauso per infierire crudelmente sulla vita del pubblico ? Cosa è rimasto per rendere un muro cosciente del proprio stato di muro?
Ecco allora sorgere la falsa pietà da parte di finti artisti. Un patteggiamento inglorioso che li smaschera autodenunciandoli. “Il pubblico – dicono costoro – è fin troppo cosciente della condizione disumana della propria vita quotidiana. Non chiede altro che una carezza che lo conforti a tirare avanti. Chiede un piccolo spazio in cui poter liberamente respirare. Vuole insomma DIVERTIRSI, intelligentemente o no, conta poco”.
Così, con questa bandiera di “Sarà quel che sarà”, di finta bonarietà, la cultura odierna ratifica, oltre che la sua, la dannazione del pubblico ma anche la sua crudeltà. La crudeltà, per quanto si dica, scusabile dall’ignoranza).
Qualunque opera, per quanto insignificante possa essere pretende di riflettere , pur nella propria limitazione, il tutto.
Alla base del divertimento – dice un filosofo – c’è un sentimento di impotenza, è la fuga dall’ultima velleità di resistenza che la “realtà” può ancora aver lasciato sopravvivere negli individui”
Che un artista qualunque adotti e giustifichi persino il divertimento come scopo cosciente delle produzione artistica non vuole quindi significare altro che la sua intenzione a perpetuare il sentimento d’impotenza o – ancora peggio – scusare con buone ragioni e magnificare l’ingiustizia imperante.
Ecco dunque che l’opera d’arte diventa da opera d’urto nient’altro che il latrato dei mastini che proteggono la residenza del padrone.
La nostra cultura è così diventata il boia contento nell’adempimento del proprio “lavoro” di allietare gli ultimi istanti del giustiziando con una barzelletta (magari avente per oggetto persino le disavventure di un boia malaccorto).
 Ormai il pubblico si limita a comprare, tacere e applaudire. Pur con la cattiva coscienza di “non capire” in fondo il significato profondo dell’avanguardia e di qualunque arte che non rispecchi vecchi stilemi figurativi.
E se anche un fortuito e sopravissuto stimolo a mandare tutto al diavolo (artista e contenuto), fracassare lo schermo o sputare sul direttore d’orchestra che compuntamente (e con l’ironia dello smoking di ordinanza) interpreta un atonale, se anche un tale stimolo insorgesse in qualcuno della platea, verrebbe subito tacitato dall’ipocrisia e dall’idiozia dell’impellicciata e soddisfatta platea borghese. Persino l’individuo stesso proverebbe in sé i sensi di colpa della propria “incapacità” a capire l’arte. Invece è il solo che ha capito, che ha presentito, specchiandosi nella disarmonia dell’opera, la propria “deformità”. Il suo alzarsi è dettato dal terrore di sentirsi l’unico sopravvissuto in incognito in un mondo di zoombies.

Metafore

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Nel considerare l’amore (o quello che i più chiamano amore) esistono tre tipi di uomini e donne.
Costoro sono simili ad un gruppo di persone convinte di poter scavare un buco fino ad attraversare la terra, da parte a parte, senza trovare mai roccia.
I primi, una volta trovata questa roccia continuano testardi a scavare credendo sia ancora terra fragile e molle finchè non rompono il piccone o la pala da scavo.
I secondi credono invece che scavando una nuova buca qualche metro più in là non troveranno questa volta ostacolo alcuno. (insomma è questione di culo).
I terzi infine, trovata la roccia piangono la loro fatica sprecata ma sono andati così in fondo che non riescono più ad uscire dal fosso.
Solo pochi sono coscienti che troveranno la roccia e quando hanno imparato ad accettarla hanno desiderio di conoscere se sia oro o massiccio granito.
Sono i soli ad amare nell’unico modo concesso ad un uomo.
 
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La fabbrica della paura

C’era una volta, neanche tanto tempo fa, un pessimismo senza confini, un noiosissimo deserto privo persino di monti azzurrati, un immenso tetto di tegole che impediva di leggere il cielo e le stelle.
Una specie di drago cattivo, un misterioso elefante, coperto di dolenti ferite. Un drago ripieno di pus silenzioso e grigio di ansie.
C’erano boschi ricolmi di buio e cipressi; periferie dove le ombre danzavano di compassione; donne che non c’erano ancora e per le quali si soffriva ugualmente; c’erano giorni che andavano via, soprattutto.
Un’infinita scala meccanica di giorni meccanici, che portava comodamente a dei piani in cui non s’aveva intenzione di comprare un bel niente, perché tutto odorava di buio e roba inservibile: tipo copertoni bucati di camion, carillon arrugginiti, dolci pieni di muffa e un’ossessiva girandola di tramonti inzuppati di nuvole. In cui chissà cosa si vedeva, cosa si aspettava di sentire.