Movimenti poetici dimenticati: il camaleontismo

IL CAMALEONTISMO

Uno dei movimenti poetici più inquietante e insieme sovversivo fu quello fondato dal poeta Peeno (pronuncia Pino) nei primi anni del secolo, precisamente circa all’inzio.

Di lui si sa poco o niente e quel poco che si sa si riferisce sicuramente ad un’altra persona magari completamente diversa da Peeno o con la quale ha poco o niente a che fare.

Ciò è dovuto alla natura stessa del camaleontismo che propugnava come sua principale caratteristica quella di passare inosservato all’interno della stessa comunicazione istituzionale. Gli intenti di Peeno erano infatti dichiaratamente sovversivi e satirici.

Come si evince dal manifesto del movimento (rinvenuto in un anonimo bar alla periferia di Parigi, nel cestino della spazzatura:


“Il potere può essere preso per il culo solo da uno che gli somiglia. Per cui la poesia, il cui scopo è fottere il potere, non può che diventare talmente sottile e imprendibile da nascondersi agli occhi dello stesso autore che si deve spogliare di ogni aspetto individuale per trasformarsi egli stesso in una specie di fottuto agente del sistema in modo da ingannare la censura e le abili strategie censorie del dominio”.

 

Come si vede tale programma porta notevoli problemi all’esegesi critica dei testi camaleontici in quanto, prima di procedere alla loro analisi presuppone che si sappia quali siano e si riesca ad estrarli dai testi nei quali sono mischiati e che spesso sembrano non avere niente a che fare con la poesia, la satira o qualunque altra critica del sistema.

Questo non piccolo problema ha portato numerosi critici a sbarellare completamente spesso e volentieri e a ritenere in tal modo capolavori del camaleontismo brani che poi sono riusultati tutt’altro che manipolati dai poeti camaleontici.

E’ il caso per esempio della famosa “Ode nascosta nelle merendine” che il critico russo Pierre Molianski ritiene composta dallo stesso Peeno nelle confenzioni della merendine Kinder Brios e in specialmodo nella parte degli ingredienti. Molianski ha spinto la sua analisi decostruttivista al punto da vedere nelle confezioni un’opera dichiaratamente Peenica e che “svela, nell’amorfità e nella falsa albagia dei componenti delle merendine una ferocissima critica al capitalismo imperante”.

Nella foto una rare immagine del poeta camaleontico Peeno in compagnia di un amico o conoscente o cliente o fornitore o comunque sia un altro essere umano col quale è in compagnia (quale dei due non è ancora stato stabilito dalla critica per via della vaghezza delle fonti biografiche

 

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In preparazione e presto su questo blog…

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Dall’Introduzione

Sono milioni i libri non letti. E milioni sono i cuori di scrittori che sanguinano per non essere riusciti ad avere un solo lettore (in alcuni casi neppure lo stesso autore).

Scopo della presente silloge è dunque, a modesto parere dello scrivente, ridare giusta gloria a questo esercito di capolavori nascosti. Sempre che anche questo libro non debba essere inserito nel catalogo stesso e rimanga dunque come epitaffio paradossale, a fine lista, quale dimostrazione dell’ingiustizia letteraria.

La presente antologia non vuole certo essere una esauriente elenco dei libri perduti (vista la loro disumana mole) ma solo un invito ai pochi e sfigati lettori ornai sopravvissuti, a sapere che non esiste solo Camilleri o Stephen King, ma tanti onesti scrittori che non hanno avuto dalla loro il provvidenziale calcio in culo da parte della Dea bendata. Tanto che a molti di essi non fu concesso neanche il privilegio di nascere.

Verranno presentate delle recensioni di alcuni libri in modo da incuriosire il lettore e spingerlo a ritrovare, fra la polvere delle biblioteche, alcune di queste perle nascoste.

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Lettera ad Eumolpo di Riodora Dacapo

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Caro Eumolpo versiamo in brutte acque
il fango (a non dir altro)
ci sommerge fin sopra le narici
e vagoliamo inerti
come macigni fessi
in dì di capodanno sconosciuti
a dotte equipes televisive.
Si sta come bucato sporco
su filo steso, en attendant
la prova del pietoso vernellone.
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Una carogna ride dai miei versi
è lo scampato riso dei perversi
caroselli dentifrici all’eucalitto
mentre il mondo affoga nel delitto
e nella merda sconfinata
la nostra fine disgraziata:
pari a buste d’immondezza
morir di nausea e di schifezza.
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Il mondo, Eumolpo caro, va spegnando
il suo canto in cicalàr di prosciugato rivo.
Plastiche impigliate nel sorriso, scorre
come veglione dove pochi amici
danzano annoiati prima che mani
benevole o pietose
li sottraggano traendoli alla notte.
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Il fraintendismo

Sir Lipton Aistii, fondatore del Fraintendismo

Sir Lipton Aistii, fondatore del Fraintendismo

Il fraintendismo fu un movimento letterario che si sviluppò agli inizi del 900. O meglio, credeva che si trattasse del 900, ma i suoi soci avevano frainteso il modo di leggere il calendario: in realtà si trattava del 1940, me lo ricordo bene perché era iniziata la guerra.

Agli inizi non fu semplice mettersi d’accordo fra i seguaci sul nome e sugli scopi del movimento: molti infatti fraintesero sia l’uno che l’altro. E ciò sia nei discorsi scambiati personalmente fra socio e socio sia nelle assemblee, dove era difficile capire persino perché ci si fosse riuniti lì e in quel giorno.

Come dio volle però qualcuno, qualche genio pirandelliano nascosto fra la riunione, propose che fosse proprio quello lo scopo principale del movimento, ovvero: prendere pan per focaccia. E sostenne questo suo intervento con lungimiranti esempi storici, a dimostrazione del potere del fraintendismo.

“Forse che Colombo nel scoprire l’America non la fraintese credendola India? Forse che Eva non fraintese mangiando la mela, credendola frutto della conoscenza?. Ebbene è giunto il tempo di proclamarlo ad alta voce questa nostra importanza”

Dal pubblico si levarono applausi e ovazioni misti  a grida di “Che ha detto?”

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Kafka e la cometa di Halley

imagesKafka iniziava il suo diario nell’anno della cometa di Halley, con queste parole: “Voglio che ogni giorno ci sia almeno un rigo puntato contro di me, come oggi si puntano i cannocchiali contro la cometa”.

Quindi quel “contro” non è simile alla mira di un’arma. Si punta il cannocchiale non certo per ferire ma per indagare sull’essenza del corpo celeste. Per rendercelo vicino. Era megalomania quella di sognare d’essere un astro famoso oppure era la spietata visione della debolezza dell’io che poi lo stesso Kafka ci consegnerà nelle pagine del Processo?

Felix Theo di Saint Laurentz

Theo di Saint Laurentz nacque il 18 luglio del 1857 a Saint Laurentz, presso Guasilas nella vasta e puzzolente regione delle Marmille Iknozie descritta con amorevole nostalgia in tutti i romanzi col nome di Baldracconia. Di ottima famiglia, frequentò le scuole al villaggio ammuffito di peones avvinazzati dove il padre, con notevole accortezza finanziaria , tentava di impiantare una fabbrica di aspirapolveri a corrente. “Che manco quel pecorume aveva idea di cosa fosse corrente, se non quella del fiume, di cui tra l’altro facevano scarno uso per dilavarsi i piedi puzzolenti, figurarsi poi la tecnologia!”. Ebbe a ricordare Theo.
Fin da ragazzo, il padre , amante della lirica wagneriana, volle indirizzarlo alla musica, ma evidentemente nella missiva omise il CAP e il figlio gli venne rispedito al mittente ignaro di qualunque pentagramma.
Fu dunque avviato agli studi classici, apprese il latino e il greco, ma come io ho appreso il dialetto ungherese. Lesse però appassionatamente e tale lettura lo portò a sognare di divenir un giorno poeta anche lui. Magari dialettale (maledetti peones del cavolo).
Si ignora quando abbia cominciato a scrivere, anche se io ho la porca convinzione che iniziò dalla culla tanto che a 13 anni compose il suo primo romanzo giallo “Il trombettaio disilluso”. In cui parla di sè, ma soprattutto della magra vita di provincia. Sono di quello stesso periodo il “quaderno di appunti di matematica” e i racconti “Uno”, “Due” e “Tre” e  la tragedia in versi “Tremila volte merdosamente”. Sempre coetanea alla produzione giovanile è la silloge “Paese che vai peones che trovi”, versi acidi per fionda e vetri di finestra di mulino.
Partecipa attivamente insieme a Ignacio Tormento e de Mongoleau al movimento fancazzista di cui le sue opere sono un’ ineguagliata incarnazione.
Ebbe una piccola particina nel Ben Hur dove impersonava l’insegna di una locanda di malaffare.
“Ultimamente lavorava pochissimo e frequentava pochi amici”, questo ebbe a dire la compagna Riodora Dacapo. “Aveva pochissimi amici e non voleva vederne altri che il poeta Ninetto Autodafè e il subacqueo Majorca. Ritirato nella sua capanna di Rognela si divertiva a sparare col fucile subacqueo contro i gatti che infestavano il giardinetto restrostante.
Ricorda ancora Riodora:
“Fummo molto felici insieme. Io lo amavo. Lui mi amava, anche se continuava a chiudersi a chiave nello studio con due modelle nude per volta. Io non capivo perché dal momento che aveva abbandonato da molto il periodo figurativo. Era di carattere assai timido e scontroso (guai a nominargli i peones). Non aveva amici al di fuori del poeta Ninetto Autodafè e il pescatore di perle Majorca. Con Ninetto si trovavano una sera si e una no a parlare di letteratura (soprattutto nella sera no). Ninetto diceva “Sto leggendo Dannunzio” e Theo diceva “Merdaccia, devi leggere Proust” e Ninetto “Romanticume da bancarella; leggi allora Voltaire”. E Theo “ Volgare, dovresti leggere Dostoevskji”; e Ninetto ”Scallonis, lo vuoi mettere con Baudelaire?” e andavano avanti così finché uno rimaneva senza nomi oppure ne citava uno non valido e non reperibile nel piccolo dizionario della letteratura (per esempio Mago Zurlì).
Il perdente doveva allora fare una penitenza che era quasi sempre telefonare a casa del grande vate Manzones e chieder con voce contraffatta “C’è Ciccio?”, oppure andare a comprare Topolino che ambedue adoravano ma si vergognavano a chiederlo all’edicola escogitando ogni volta delle scuse puerili o comprando a camuffo giornali di letteratura impegnata.
Majorca per tutto il tempo invece restava muto tentando di battere il record di apnea all’aperto. Gonfiava i polmoni e rimaneva così, con la bocca a palloncino per diversi quarti d’ora. In genere arrivato alle soglie del record Ninetto sparava qualche cazzata clamorosa e un profluvio di saliva erompeva dal palloncino Majorca.
Bei tempi quelli.”

Kafka e Musil fotografano i primi vagiti del nazismo

“V’è un oscuro atteggiamento vitale, che non pochi uomini hanno oggi nel sangue, un’aspettazione al peggio, una disposizione al tumulto, una diffidenza verso tutto ciò che si venera. Vi sono uomini che deplorano la mancanza di ideali della gioventù, ma al momento in cui devono agire non agiscono diversamente da chi, per savio scetticismo verso l’idea, ne corrobora le forze modeste mediante l’effetto di un qualsiasi randello”
(R. Musil)

Parrebbe un buon ritratto dei nostri giorni, invece queste frasi registrano gli anni della nascita del nazismo. Una fotografia giovanile dell’orrore. L’innocuo randello si trasformerà col tempo in ben più diabolici meccanismi: il meccanismo lucido e perfetto (ingegneristicamente ineccepibile) della macchina immaginata da Kafka nel racconto della colonia penale. Meccanismo che incideva sulla carne viva del condannato la propria condanna.