Poetica

cattura

Altre rime vorrebbe, Eumolpo caro

che le scarne e disossate corde

prodotte dalla lira

di cui il fato fece dono al sottoscritto

Altri aneliti vorrebbe

un’auditel impietosa massmediatica.

 

Semmai vedermi

garrulo poeta neomelodico

cantare augelli e primavere

e narrar di questi nostri cari

amori precotti e surgelati.

 

Così ricordo il tempo

in cui tu ed io ridemmo

di queste vane ciarle

di cupi amori da operetta

con data di scadenza bella in vista.

 

E ruscellare ansiti e passioni

prodotti da pietose marionette

in una recita sublime e sgangherata

con un copione trito ed ammuffito

di una vita che da tempo

è solo nebbia e inutile ricordo

come solco nel cielo di un aereo.

 

Vorrebbero orizzonti

Vorrebbero tramonti

O giovanili principi o visconti.

 

Ma ho voglia a martoriare

le corde e il debole strumento.


Non produrrà  che un fievole

sospiro, di legno torturato.

 

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Esercizi di stile

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Come un arbusto che s’aggrappa, sospeso nel vuoto alla roccia di un dirupo, così le mie radici hanno per unico appiglio lo scritto: scivolano dentro di esso alla ricerca di un interstizio che consenta di arrivare ad un punto più fondo, meno precario, su cui puntellare la crescita.
Ma come sempre l’angoscia, la fatica, il senso di inutilità, l’autocritica corrodono impietosi il lavoro di giorni, ed ecco una pietra, troppo maldestramente scostata, rotola giù nel vuoto infinito lasciando le radici, ancora una volta, alla spietata luce del sole, esposte alle unghie di un vento crudele quanto beffardo.

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In preparazione e presto su questo blog…

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Dall’Introduzione

Sono milioni i libri non letti. E milioni sono i cuori di scrittori che sanguinano per non essere riusciti ad avere un solo lettore (in alcuni casi neppure lo stesso autore).

Scopo della presente silloge è dunque, a modesto parere dello scrivente, ridare giusta gloria a questo esercito di capolavori nascosti. Sempre che anche questo libro non debba essere inserito nel catalogo stesso e rimanga dunque come epitaffio paradossale, a fine lista, quale dimostrazione dell’ingiustizia letteraria.

La presente antologia non vuole certo essere una esauriente elenco dei libri perduti (vista la loro disumana mole) ma solo un invito ai pochi e sfigati lettori ornai sopravvissuti, a sapere che non esiste solo Camilleri o Stephen King, ma tanti onesti scrittori che non hanno avuto dalla loro il provvidenziale calcio in culo da parte della Dea bendata. Tanto che a molti di essi non fu concesso neanche il privilegio di nascere.

Verranno presentate delle recensioni di alcuni libri in modo da incuriosire il lettore e spingerlo a ritrovare, fra la polvere delle biblioteche, alcune di queste perle nascoste.

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Lo scrittore

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Mi sono ritirato per scrivere il capolavoro della mia vita.
Sono un grande scrittore. Ancora non lo sa nessuno, perché ancora non ho scritto nulla. Ma quando lo scriverò, il mio libro, il mio romanzo…
Per questo ho lasciato l’incarico di funzionario e… cos’altro? Nient’altro. Perché amici non ne ho mai avuti, e amiche ancora meno. Tuttavia mi sono ritirato dal mondo per scrivere un grande romanzo.
Il problema è che non so quale sarà l’argomento. Si è già scritto talmente tanto su tutto e qualunque cosa.
Intuisco, sento di essere un grande scrittore, ma nessun argomento mi sembra abbastanza buono, vasto, interessante per il mio talento.
Quindi aspetto. E, chiaramente, nell’attesa soffro la solitudine, e anche la fame, ogni tanto, ma è proprio attraverso questa sofferenza che spero di accedere a uno stato d’animo che mi porti a scoprire un argomento degno del mio talento.
L’argomento purtroppo tarda a manifestarsi, e la mia solitudine diventa sempre più pesante e molesta, il silenzio mi avvolge, il vuoto s’insedia ovunque,  eppure casa mia non è molto grande.

Ma queste tre cose orribili, solitudine, silenzio e vuoto mi bucano il tetto, esplodono fino alle stelle, si estendono all’infinito, e non so più se sia la pioggia o la nebbia, se siano il föhn o i monsoni. E grido:
– Scriverò tutto, tutto quello che si può scrivere. E una voce, ironica ma pur sempre una voce, mi risponde:
– D’accordo, ragazzo. Tutto, ma nient’altro, intesi?

(Kristof Agota)

Le ZioFavole

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C’era una volta mio Zio Tano…
No, non era solo una volta
C’erano alcune volte mio zio Tano che…
A dire il vero mio Zio Tano c’era tutte le volte.
Mio padre era solito dire anzi, che sarebbe stato meglio che mio Zio Tano ci fosse di meno. Ricordo che usava un’espressione che, a qui tempi essendo io una pulce alta appena alcuni palmi, mi lasciava perplesso.
“Non è il caso – diceva mio padre a mia madre – che Tano si levi una buona volta dai coglioni?”
Invece Zio Tano amava la nostra casa, amava la nostra compagnia e soprattutto amava la cucina di mia madre.
L’unica cosa che non riscuoteva l’amore di Zio Tano era l’officina di mio padre. Ci girava lontano, forse ammorbato dai suoi rumori. Propabilmente la giudicava “prosaica” e indegna di un sentimento poetico.
Perché Zio Tano era un poeta, anche se di un tipo di poesia che non capivo e che mio padre definiva con l’appellattivo di “sto cazzo”.

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La scala

Scala

 

Una scala che non porta a nessun piano. Una scala infinita, senza pianerottoli, senza indicazioni. In cui risuonano i nostri passi. Secchi come foglie che cadono.

Una scala in cui è indifferente scendere o salire. In cui gli stessi concetti di “scendere” e “salire” sembrano concetti infantili

 

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L’architettura e gli scrittori

 

C’è un comune atteggiamento nell’aprocciarsi degli scrittori verso l’architettura. Nel più roseo dei casi il loro è un atteggiamento da pittori. Guardano alle opere architettoniche come stessero guardando un dipinto, fanno cioè dell’opera quasi un semplice “fronzolo” del paesaggio. A tale proposito sono patetici persino gli sforzi di Proust nel cercare un diverso aproccio (tra il filologico autodidatta e il reveur decadente) si vedano le sue descrizioni di Venezia pur avendo la scorta del libro di Ruskin.

Solo un architetto da salotto sarebbe ormai disposto a sottoscrivere una visione dell’architettura così romantica e decadente. Lo stesso dicasi di come la poesia continua ad essere considerata  anche fra i migliori critici.

Qualcosa di indefinibile, di piacevole, di sentimentale.