Ontologie

moka

“Che l’essere permanga

o che si obnubili

per omnia saeculorum

questo non è il problema”

pensava il Signor Tizio

pulendo la gabbietta

del canarino dalle feci

 

“Semmai se valga

heideggerianamente

la vana pena di parlarne

e ancor di più dar contenuto,

precario accozzo

a puntellare il nostro esserci

effimero e perverso

come la forma di una nube

o l’ancòra più ridicolo

filosofo baffuto e parolaio…”

Lo interruppe un’altra voce

filosofica e materna:

la moka borbottante sul fornello.

“Ecco l’ironica risposta delle cose”

concluse il Sig. Tizio

versandosi il caffè nella tazzina.

 

 

Binari

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L’uomo con la valigia

Pensava

A quanti treni fin lì

Aveva dovuto perdere.

 

Dall’alto il cielo

Sembrava giocare d’ironia

Sfoggiando un livido vagone

di nubi a perdita di vista.

 

L’uomo con la valigia

Si sistemò il cappello

Sopra i radi e inutili capelli

E si avviò lungo la parallela dei binari

Nascosti fra cespi grigi e inariditi

 

La loro dritta ridicola sequenza

Che scivolata la china

Si vedeva perdersi

Pietosamente poco avanti

Fra le onde di un mare quieto e dimesso

Assumeva il tono dolente

Di una triste e lunga cantilena.

La chiave

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Si nasce con in mano una chiave.

Alcuni passano tutta la vita a provare se mai apra qualche cancello, forziere o portone. Altri – sicuramente più saggi – capiscono la vanità del fatto e la gettano in acqua dal primo ponte su cui capita loro di transitare. Si sentono così grandi e realisti a sentire quel “plof” della chiave che affonda nel fiume.
Ma non c’è notte che la chiave, poi, non li tormenti  nel sogno.

Solo pochissimi fortunati, non vedono, appena nati, alcuna chiave nel proprio pugno.

Sono in genere persone che finiscono male. Magari proprio sotto quei ponti da cui piove una specie di pioggia di chiavi.

Gli scavatori

V. Van Gogh : Scavatori

V. Van Gogh : Scavatori

Nel considerare l’amore (o quello che i più chiamano amore) esistono tre tipi di uomini e donne.
Tutti sono convinti di poter scavare un buco fino ad attraversare la terra, da parte a parte, senza trovare mai roccia.
I primi, una volta trovata questa roccia continuano testardi a scavare credendo sia ancora terra fragile e molle finchè non rompono il piccone o la pala da scavo.
I secondi credono invece che scavando una nuova buca qualche metro più in là non troveranno questa volta ostacolo alcuno. (insomma è questione di culo).
I terzi infine, trovata la roccia piangono la loro fatica sprecata ma sono andati così in fondo che non riescono più ad uscire dal fosso.
 Solo pochi sono coscienti che troveranno la roccia e quando hanno imparato ad accettarla sono presi dal desiderio di conoscere se sia oro o massiccio granito.
Sono i soli ad amare nell’unico modo concesso ad un uomo.
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Il porto

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Sera. La scena si svolge in una camera di un alto palazzo. Gnizio, con in dosso una frusta e macchiata vestaglia è presso una finestra (il capo quasi poggiato sui vetri) guarda verso la strada, ma si rivolge, senza voltarsi, ad una persona alle sue spalle. Persona che rimane in ombra e che sovrasta Gnizio, di tutta la testa.

«Adesso la città sembra diventata un porto immenso, favoloso. E dentro questo porto migliaia e migliaia di barchette scivolano leggere sulla superficie dell’acqua, quasi accarezzandola. A vederle da quassù danno l’impressione di tante piccole foglie sparpagliate dal vento in un laghetto circondato da muschio e flessuose grida di canne. Uno di quei piccoli laghi che ciascuno di noi avrà caro nella memoria. Per qualcosa che vi accadde o che vi poteva accadere.

E tutte quelle piccole barche, cariche fino all’orlo di desideri, inesprimibili a parole, con tutte le vele spiegate al soffio dolce del vento, sono come impazzite. Percorrono, a dritta e rovescia, il piccolo lago… e non hanno il coraggio di premere i freni, di fermarsi, gettare le ancore anche per un solo momento. Per guardare le stelle, magari… le stelle che cominciano ora ad accendersi. E domandarsi: “Dove cazzo stiamo correndo?”

  (Gnizio afferra per un attimo la maniglia della finestra)

Fluttuano leggere tra gli scogli, ormai luminosi, delle vetrine del centro, a volte le scorgi, a due a due, parlarsi e aiutarsi a vicenda. Ma si vede un miglio lontano che rimangono sempre due: due distinte barchette, cariche magari della stessa merce (preziosa o meno poco importa) che, poverette, vorrebbero essere una. Una barchetta doppia che reggesse meglio le onde, la violenza di certe sere d’inverno in cui il piccolo lago sembra un mostro verde col prurito nel culo.

E tutta questa tenerezza, Signore, da quale buco viene fuori? Tutto questo inesprimibile desiderio di darsi al vento, come fossimo pezzi di carta: una pagina di quotidiano nei marciapiedi del centro. Non avere più sogni, non essere più impiegati, mariti, assassini, barboni impazziti, etc etc
Essere solo una cosa portata dal vento, come fossimo un pezzo stesso del vento divenuto materia… fosse anche una domenica uggiosa, piena di buchi, girandole, fanali arancioni e gente sconosciuta che ci scivola accanto parlando di niente… con frasi mozzate dal caso, come un discorso fatto troppe volte e cui bastano ormai anche solo dei cenni, ogni tanto, perchè si riesca a seguire.

Ed anche io sono una di quelle barchette, laggiù. E magari qualcuno, da un piano più alto del mio, vede anche me impigliarmi nelle vetrine, nelle gelaterie ormai quasi deserte, all’uscita di un cinema, in mezzo ad altre barchette imbottite di costose pellicce, con le gomene di giri di perle e non di semplice raffia come le mie, con il nome scritto in oro zecchino sulle fiancate lucenti.

Guardi me invece, Signore… le mie povere vele… tutti questi rattoppi qui.., e qui… vede?

Eh, uno deve arrangiarsi con le proprie mani a fare il navigatore solitario. E a guardare bene poi… Signore… siamo tutti dei ridicoli navigatori solitari… verniciare qui, scrostare un pochino più in qui, rattoppare ancora più in qui. E così via… Si riesce ancora a navigare come se non fosse successo un gran che… Sotto questo cielo, a volte un po’ merdoso, ma spesso così buono, paziente persino con tutti i nostri errori di rotta, tutte le nostre incerte manovre di marinai improvvisati, come giovani rospi che imparano a saltare dietro la madre.

Abbiamo dentro un fuoco che ci divora, il desiderio di correre, a volta la sensazione (ma solo quella) di riuscirci; voglia di sfiorarsi, di veleggiare vicini e giocare fin tanto che il cielo non promette burrasca e i nostri giovani gusci di noce sono impazienti, quasi li mordesse la febbre, di premere il mare. Correre… scappare, perdersi chissà dove, in quale calde correnti. Ed ora che il cielo si è stancato di produrre, gratis,  per tutto il giorno, luce ecco che tutte le barchette accendono i loro piccoli fari e nel buio che avanza, si vedono solo queste piccole luci girare… danzare… non ancora sazie, non ancora desiderose di quiete e di sonno.

Chissà dove andiamo, Signore…»

Chi l’ha vista fuggire

Immagine

Rafael de Penagos (1889–1954)

.
Beato chi beve il suo miele
si sveglia fra i suoi dolci capelli
o accucciato respira
il sorriso dei suoi caloriferi
.
Ma chi l’ha vista fuggire
sotto il sorriso beffardo della luna
i capelli bagnati di sonno
le labbra impigliate di baci
non sa
quante volte l’abbiamo aspettata
alle fermate dei tram
alle porte serrate dei supermercati;
quante volte sentimmo la fame
delle sue calde e delicate minestre
.
Ha solo deciso che non le servivamo
coi nostri sogni sporchi di grasso e rumori
le nostre gengive di cartapesta.
Non l’ha neanche negato
ma l’abbiamo capita ugualmente
.