Intransitivo

Intransitivo: gramm. verbo i., quello che, per costituire il nucleo di una frase, richiede come solo argomento il soggetto (p.e. Marco sbadiglia) o, oltre al soggetto, argomenti indiretti (p.e. lo sport giova alla salute) e non ammette la trasformazione passiva.

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Gli domandarono cosa ci facesse lì.

Rispose che gli dispiaceva di non essere in grado di rispondere in quanto l’avverbio LI’ presuppone un luogo lontano da chi parla e lui, non essendosi mai spostato dal posto, non aveva alcuna contezza di cosa ci fosse Li’ anche se era del tutto inutile saperlo essendo che egli, in ogni caso, non c’era e non poteva dunque sapere il motivo dell’ esserci.

Gli domandarono allora cosa ci facesse QUI

Rispose che neppure a tale loro domanda era in grado di rispondere dato che non la capiva. Sempre che volessero intendere uno scopo al suo esserci. A tale domanda infatti aveva tentato più volte, nel corso della vita, di trovare anche uno straccio di risposta ma… ahimè doveva confessare la propria incapacità a riguardo.

Gli chiesero comunque che senso aveva allora stare steso per terra.

Rispose che era steso per terra in quanto non aveva trovato altro sistema per mettersi in orizzontale.

Gli domandarono se non avesse per caso un letto

Rispose che non aveva idea di che cosa fosse un letto

Gli domandarono se il suo stare orizzontale denotasse in qualche maniera una sua malattia o comunque uno stato di impossibilità a mantenere la posizione corretta per un essere umano.

Rispose che per quanto gli constava non si sentiva particolarmente mutato da un sacco di tempo e che riguardo ad una presunta malattia, beh… questa era roba ormai passata da tempo. Se c’era qualcosa che gli pareva in un certo senso da segnalare era invece il fatto che riteneva di essere morto da un po’ di tempo.

Gli domandarono come poteva credere di essere morto se parlava e riusciva a rispondere alle domande (anche se non proprio a tutte)

Rispose che in effetti ignorava in qual modo potesse e che il fatto di essere morto lui lo dava come appurato da tempo. Ma potrebbe anche essere che si sbagliasse, vista la suaccennata pochezza dell’analisi filosofica, in particolar modo in campo ontologico. Comunque faceva loro notare che il luogo in cui si trovavano era un cimitero, un camposanto, come si diceva un tempo. Ovvero una dimora dei morti. Dal che ne aveva dedotto che la sua posizione orizzontale denotasse se non altro una grande possibilità di far parte anche lui del condominio.

Gli dissero che a loro avviso il suo era un discorso inconcludente dal punto di vista induttivo.

Rispose che poteva benissimo essere così ma che la cosa non mutava granchè la situazione essendo egli morto.

Gli dissero che il suo sembrava un chiaro sintomo di paranoia e che comunque non la prendesse in senso personale se adesso gli avrebbero versato addosso un po’ di terra. Giustificarono l’operazione come momentanea e in ogni caso completamente indolore e senza alcun pericolo per la sua incolumità fisia

Rispose che facessero pure, se era necessario.

Gli dissero che sì, era necessario per una serie di articoli del codice che si esimevano dall’enumerargli in quanto terribilmente noiosi.

Rispose che era ovvio e che capiva perfettamente.

Quindi coprirono la fossa. Alcuni fra loro si accesero una sigaretta.

E fumavano. E il fumo si mischiava al grigio dell’orizzonte.

Un ridicolo Ulisse

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Così, ogni giorno
quando nel Tempo è già notte
passeggiamo affiancati.
 
Io Ti addito, appena con il sorriso
le meraviglie e gli orrori
della mia ridicola odissea
Tu sembri diventata
solo un orecchio che ascolta il silenzio,
degli occhi che guardano il vuoto.
 
Si vede che non sei reale
(ma forse mai lo sei stata)
perchè non respiri
e non sorridi di disappunto
come eri maestra nel Tempo.
 
Si vede che sei
solo una impossibilità
una frattura del sentimento.
Perchè non esisti che qui
in un viaggio impossibile
lento, noioso
pieno di cose già viste.
 
Nel cielo appena
qualche aquilone che s’affanna a salire
Nessun mostro cattivo
nè sirene nè angeli.
 
Appena una porzione di azzurro
frammisto di grigio
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Il porto

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Sera. La scena si svolge in una camera di un alto palazzo. Gnizio, con in dosso una frusta e macchiata vestaglia è presso una finestra (il capo quasi poggiato sui vetri) guarda verso la strada, ma si rivolge, senza voltarsi, ad una persona alle sue spalle. Persona che rimane in ombra e che sovrasta Gnizio, di tutta la testa.

«Adesso la città sembra diventata un porto immenso, favoloso. E dentro questo porto migliaia e migliaia di barchette scivolano leggere sulla superficie dell’acqua, quasi accarezzandola. A vederle da quassù danno l’impressione di tante piccole foglie sparpagliate dal vento in un laghetto circondato da muschio e flessuose grida di canne. Uno di quei piccoli laghi che ciascuno di noi avrà caro nella memoria. Per qualcosa che vi accadde o che vi poteva accadere.

E tutte quelle piccole barche, cariche fino all’orlo di desideri, inesprimibili a parole, con tutte le vele spiegate al soffio dolce del vento, sono come impazzite. Percorrono, a dritta e rovescia, il piccolo lago… e non hanno il coraggio di premere i freni, di fermarsi, gettare le ancore anche per un solo momento. Per guardare le stelle, magari… le stelle che cominciano ora ad accendersi. E domandarsi: “Dove cazzo stiamo correndo?”

  (Gnizio afferra per un attimo la maniglia della finestra)

Fluttuano leggere tra gli scogli, ormai luminosi, delle vetrine del centro, a volte le scorgi, a due a due, parlarsi e aiutarsi a vicenda. Ma si vede un miglio lontano che rimangono sempre due: due distinte barchette, cariche magari della stessa merce (preziosa o meno poco importa) che, poverette, vorrebbero essere una. Una barchetta doppia che reggesse meglio le onde, la violenza di certe sere d’inverno in cui il piccolo lago sembra un mostro verde col prurito nel culo.

E tutta questa tenerezza, Signore, da quale buco viene fuori? Tutto questo inesprimibile desiderio di darsi al vento, come fossimo pezzi di carta: una pagina di quotidiano nei marciapiedi del centro. Non avere più sogni, non essere più impiegati, mariti, assassini, barboni impazziti, etc etc
Essere solo una cosa portata dal vento, come fossimo un pezzo stesso del vento divenuto materia… fosse anche una domenica uggiosa, piena di buchi, girandole, fanali arancioni e gente sconosciuta che ci scivola accanto parlando di niente… con frasi mozzate dal caso, come un discorso fatto troppe volte e cui bastano ormai anche solo dei cenni, ogni tanto, perchè si riesca a seguire.

Ed anche io sono una di quelle barchette, laggiù. E magari qualcuno, da un piano più alto del mio, vede anche me impigliarmi nelle vetrine, nelle gelaterie ormai quasi deserte, all’uscita di un cinema, in mezzo ad altre barchette imbottite di costose pellicce, con le gomene di giri di perle e non di semplice raffia come le mie, con il nome scritto in oro zecchino sulle fiancate lucenti.

Guardi me invece, Signore… le mie povere vele… tutti questi rattoppi qui.., e qui… vede?

Eh, uno deve arrangiarsi con le proprie mani a fare il navigatore solitario. E a guardare bene poi… Signore… siamo tutti dei ridicoli navigatori solitari… verniciare qui, scrostare un pochino più in qui, rattoppare ancora più in qui. E così via… Si riesce ancora a navigare come se non fosse successo un gran che… Sotto questo cielo, a volte un po’ merdoso, ma spesso così buono, paziente persino con tutti i nostri errori di rotta, tutte le nostre incerte manovre di marinai improvvisati, come giovani rospi che imparano a saltare dietro la madre.

Abbiamo dentro un fuoco che ci divora, il desiderio di correre, a volta la sensazione (ma solo quella) di riuscirci; voglia di sfiorarsi, di veleggiare vicini e giocare fin tanto che il cielo non promette burrasca e i nostri giovani gusci di noce sono impazienti, quasi li mordesse la febbre, di premere il mare. Correre… scappare, perdersi chissà dove, in quale calde correnti. Ed ora che il cielo si è stancato di produrre, gratis,  per tutto il giorno, luce ecco che tutte le barchette accendono i loro piccoli fari e nel buio che avanza, si vedono solo queste piccole luci girare… danzare… non ancora sazie, non ancora desiderose di quiete e di sonno.

Chissà dove andiamo, Signore…»

Cicerone

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Dicono che qui un tempo
visse qualcuno e qualcuno
naturalmente morì
come era costume fra le genti.
 
Rimane dubbio, signore,
dove portassero queste strade
e quale sapore avesse allora
il rimorso , dato che, come lei sa
i rimorsi si sono ormai mutati
in onde e una spuma verde
ricopre pietosa  i loro sepolcri.
 
Rimane dubbio come si vivesse
laggiù visto che niente è rimasto
tranne appunto
queste sciocche leggende
che racconto per divertire
i pochi sbandati turisti.
 
*

Di uno strano viaggiatore

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Mi porto dietro una valigia di cartone.
Dentro, un mare ormai lontano
pianure gialle di polvere e di grano
qualche profumo di gonne femminili
e pochi spiccioli di vita risparmiata.
 
E ovunque vada
mi ingombrano gli sguardi
di me stesso che mi guarda
dietro gli specchi del trascorso.
 
Noioso attore di provincia
privo di uno straccio di contratto
potete vedermi
in qualche stazioncina abbandonata
arrancare fra i gradini
ormai troppo ripidi di un treno
.