Ontologie

moka

“Che l’essere permanga

o che si obnubili

per omnia saeculorum

questo non è il problema”

pensava il Signor Tizio

pulendo la gabbietta

del canarino dalle feci

 

“Semmai se valga

heideggerianamente

la vana pena di parlarne

e ancor di più dar contenuto,

precario accozzo

a puntellare il nostro esserci

effimero e perverso

come la forma di una nube

o l’ancòra più ridicolo

filosofo baffuto e parolaio…”

Lo interruppe un’altra voce

filosofica e materna:

la moka borbottante sul fornello.

“Ecco l’ironica risposta delle cose”

concluse il Sig. Tizio

versandosi il caffè nella tazzina.

 

 

Ingrippaggio

Dry plant on wooden.

Anche se per un solo battito

si fermasse il cuore ed attendesse

un segno di senso dal Mondo

per riprender la corsa quel palpito

durerebbe interi secoli,

la Storia fermerebbe

i suoi dannati cingoli

e forse ci sarebbe

anche se solo in una piccola pianta

che in un coccio prolunga

la sua inutile agonia

un respiro

alla dura condanna di vivere.

Lamento di un pastore errante dell’asia caduto in un fosso.

Sul tavolino laccato di bianco

trovammo una foglia d’acero, secca

com’era sopravvissuta all’inverno?

Bastò che mi guardasti negli occhi

per sentire la prima folata di gelo

trafiggere la spina dorsale

diventata esile e stanco picciolo.

Un viaggio

Sulle prime anche gli angeli in bianche uniformi ci aprirono un passaggio:delle scalette in leggerissima pendenza. Volgevi il viso dove tramonta e riguardavi col color del fuoco il tuo paese che s’inabissava. “Sembra d’aver lasciato il sole” dicesti, piano come chiedessi al cielo. Le parole vennero dopo per risponderti ma non erano quelle che aspettavi. I sogni presero a disfarsi lenti come qualcosa che si decompone.
Lo venisti a sapere per caso da un inserviente di bordo (neanche dei maggiori in grado) che quel viaggio non aveva fine.
Sulla poppa, il giorno dopo, trovammo pochi e stremati gabbiani. Altri seguivano la scia di spuma rilucente al sole di maggio.

Les liaisons dangereuses

Caro signor Teo,

giusto tre giorni fa, proprio mentre mi accingevo a scriverLe, giunse il Suo ricco pacco col telegramma e le fotografie che, ahimè, testimoniano in modo tanto redatto e preciso la sua prematura dipartita.

Durante tutti questi giorni io e mio marito abbiamo pensato con riconoscenza alla nostra visita nella sua incantevole casa padronale, ai cocktails di gamberetti e a tutte le impressioni gradevoli e liete del nostro breve viaggio in Sardegna.

Desidero ancora dirLe quanto la compagnia Sua e dei Suoi siano state, per me e per Lelio una vera “esperienza di vita” (comme on dit chez vous) il cui ricordo mi renderà ancor più cara, se fosse possibile, l’edizione dedicata dei suoi incantevoli libri.

Lei ormai non può più rammaricarsi di questo “mondo di merda”, come era solito sussurrarmi all’orecchio con cortese premura per non svegliare Lelio che nel frattempo russava nel divano.

Ma devo sgridarLa: questo non rientra nei gesti di un gentiluomo par vostro. Morire…. Ah, che birichino!

Devo confessarLe che la notizia sulle prime mi ha lasciata basita. Come? Mi sono detta, proprio adesso che desideravo stringere con Lei una di quelle antiche e profonde amicizie epistolari?

Devo dunque considerare questo mio sogno svanito? Se tuttavia, come spero, l’anno prossimo tornerò in Sardegna sarà facile l’occasione di una nuova gita a S. e poter prendere visione dunque della Sua tomba.

Non disperiamo dunque!

Il Suo telegramma in tedesco mi è arrivato ed ora devo ringraziarLa anche della lettera del 6 giugno. L’idea che in essa Lei mi consiglia per alleviare un po’ i miei tremendi raffreddori di testa mi ha letteralmente affascinata: metter su un allevamento di lombrichi.

Trovo che l’idea non poteva venire che da Lei, dal Suo animo così delicato e romantico. Mi accingo dunque a metterla in atto e a questo proposito ho pregato Lelio di iniziare a tagliare a dadetti i lombrichi, in modo che “si riproducano più lestamente”. Lei che è più esparto di me sa dirmi la misura minima a cui può essere (diciamo) ridotto un dadetto di lombrico affinché sopravviva?

Attendo con ansia una Sua risposta.

Benché il Suo lavoro sia (come Lei dice) “indispensabile” sono sicurissima che dovrebbe dedicargli il tempo che merita. Nelle foto la vedo alquanto sciupato.

Esca mio caro, si scuota, si svaghi, magari “vada a donne”  (très jolie cette votre mot), ma non sia così smorto  e avitale. A tal proposito le consiglio di diminuire la dose di optalidon e sostituirla con gli omogeneizzati.

Certamente La sto annoiando e passo dunque alla richiesta di un ultimo favore. Se le capita abbia la gentilezza di spedirmi una o due confezioni di quella buona nutella fatta in casa da Sua madre. Ne ho ancora il sapore e il profumo in bocca.

Ora devo lasciarla veramente.

Tanti cordiali saluti e grazie ancora del suo ricco plico di figurine Panini per Lelio. Ils sont délicieuses! Saluti anche da parte di Lelio.

So long! Looking forwards

Sua devotissima   Amanda.

PS) Le allego le confezioni di Vix Vaporub da lei richieste visto che sostiene di non poter in alcun modo tradurre i miei libri senza. Le auguro ogni bene e non si permetta di morire un’altra volta senza avvisarci. Adieu.

Aspettando Godot ovvero Alice nel paese delle inquietudini

 
A che penso? dove sto camminando?
Tutto fa si che possa non saperlo
in questo delicato Tutto
dagli argini mal rotolati
ed unti di frittura.
Sui campi coltivati a spini gli asfodeli
contro il suddetto Tutto che arroventa…
 
Che sia in cerca di qualcosa?
Che sia in attesa di qualcuno?
(sognarlo o presupporlo cosa costa?)
 
Piove. Non mi stupirei nemmeno
se nevicasse manna colorata
Gli asfodeli rabbrividiscono
Questione ancora di minuti
e non aspetterò più. Nessuno.
Sui muriccioli a secco che dividono
questi campi inadatti al sogno
irti di pietre e cardi selvatici
rincitrullito dal calore disumano
ho preso in mano il mio coraggio
(Peserà si è no due etti)…
 
Penso?
Cosa penso?
Sto camminando?
Verso dove sto camminando?
Addio!  Chiunque tu sia
sappi che non ti ho aspettato.

I strapiombi

Ed ecco, quasi avesse fame di noi, l’alta scoscesa aprirsi in uno sbadiglio enorme e , sotto, frangersi i giorni, come dagli strapiombi (ricordi?) si guardava il mare accarezzar di schiuma i massi dirupati, erosi, neri; le insenature di pochi e lucidati ciottoli; la frattura tra un macigno e l’altro, ricetto a relitti incatramati: plastiche, legni levigati dalle onde… Era come se il mare avesse rigirato fra le mani quei poveri oggetti per notti e notti e solo a malincuore avesse abbandonato quei gingilli d’una vecchia insonnia, ai nostri piedi, screpolati dal sale.

Omaggio incompreso.