Storia degli ISMI dimenticati: Il Ristorantesimo

IL RISTORANTESIMO

“Perchè una poesia non può essere cibo? Perchè limitarsi a leggerla precludendosi in tal modo il suo vero gusto?” questo si chiese il famoso chef-poeta Giannaverio Barbecue nel fondare, agli inizi del 1912 il movimento del ristorantesimo. Spinto dalla crisi causata dall’avvento imminente della prima guerra mondiale e dalla carenza di cibo che questa provocò con l’inevitabile apparizione del mercato nero, Giannaverio ebbe un’idea rivoluzionaria: aprire un ristorante in cui le miriadi di poeti morti di fame trovassero cibo alla loro portata.

Fu così che in una traversa del boulevard des Miserrables aprì il suo famoso “Chez le poet”, ristorante poetico che divenne ben presto il punto di ritrovo di tutte le avanguardie bohemiens (quelle aristocratiche tipo i surrealisti e i futuristi, che vantavano portafogli ben più consistenti, si tennero alla larga da quella scalcinata e raccogliticcia plebaglia artistica di pezzenti).

Il pensiero Giannaverico venne concretizzato nel manifesto del movimento, scritto nel retro del menù che veniva portato ai tavoli. Qui si spiegava che le poesie non andavano discriminate nelle vecchie categorie di Poemi, Sonetti, Odi, Canzoni o madrigali ma nelle più reali e confacenti categorie di Antipasti, Primi, Secondi, frutta e Ammazzacaffè.

Le poesie, scritte su fogli di pasta tipo pizza, dopo un leggero sofritto a base di erbe aromatiche, venivano servite in tavola accompagnate da chiare fresche e dolci acque.

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Movimenti poetici dimenticati: il camaleontismo

IL CAMALEONTISMO

Uno dei movimenti poetici più inquietante e insieme sovversivo fu quello fondato dal poeta Peeno (pronuncia Pino) nei primi anni del secolo, precisamente circa all’inzio.

Di lui si sa poco o niente e quel poco che si sa si riferisce sicuramente ad un’altra persona magari completamente diversa da Peeno o con la quale ha poco o niente a che fare.

Ciò è dovuto alla natura stessa del camaleontismo che propugnava come sua principale caratteristica quella di passare inosservato all’interno della stessa comunicazione istituzionale. Gli intenti di Peeno erano infatti dichiaratamente sovversivi e satirici.

Come si evince dal manifesto del movimento (rinvenuto in un anonimo bar alla periferia di Parigi, nel cestino della spazzatura:


“Il potere può essere preso per il culo solo da uno che gli somiglia. Per cui la poesia, il cui scopo è fottere il potere, non può che diventare talmente sottile e imprendibile da nascondersi agli occhi dello stesso autore che si deve spogliare di ogni aspetto individuale per trasformarsi egli stesso in una specie di fottuto agente del sistema in modo da ingannare la censura e le abili strategie censorie del dominio”.

 

Come si vede tale programma porta notevoli problemi all’esegesi critica dei testi camaleontici in quanto, prima di procedere alla loro analisi presuppone che si sappia quali siano e si riesca ad estrarli dai testi nei quali sono mischiati e che spesso sembrano non avere niente a che fare con la poesia, la satira o qualunque altra critica del sistema.

Questo non piccolo problema ha portato numerosi critici a sbarellare completamente spesso e volentieri e a ritenere in tal modo capolavori del camaleontismo brani che poi sono riusultati tutt’altro che manipolati dai poeti camaleontici.

E’ il caso per esempio della famosa “Ode nascosta nelle merendine” che il critico russo Pierre Molianski ritiene composta dallo stesso Peeno nelle confenzioni della merendine Kinder Brios e in specialmodo nella parte degli ingredienti. Molianski ha spinto la sua analisi decostruttivista al punto da vedere nelle confezioni un’opera dichiaratamente Peenica e che “svela, nell’amorfità e nella falsa albagia dei componenti delle merendine una ferocissima critica al capitalismo imperante”.

Nella foto una rare immagine del poeta camaleontico Peeno in compagnia di un amico o conoscente o cliente o fornitore o comunque sia un altro essere umano col quale è in compagnia (quale dei due non è ancora stato stabilito dalla critica per via della vaghezza delle fonti biografiche

 

Joster e il Dio Vassuum

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Dinanzi a Joster conparve la grande maestà del dio Vassum, il Dio imprescindibile, il Dio dei suoi padri e dei padri dei suoi padri e dei padri dei suoi padri dei loro padri e dei padri d quelli di prima.

E il Dio Vassum vedutolo disse:

“Prostati di fronte all’immane potenza del dio”

E Joster si guardò attorno, come avesse sentito la voce di un dio e disse a sé stesso:

“Impossibile, non posso prostarmi, ho subito un intervento e non ho più la prostata”.

Il Dio Vassum lo udì e ebbe pietà di lui.

“Sappi che sono Vassum, il dio imprescindibile, il Dio dei tuoi pardi e dei padri dei tuoi padri e dei padri dei padri dei padri dei tuoi padri e dei padri che rimangono per finire la frase. Io mi degno di comparire al tuo umile aspetto perchè ho una missione da affidarti.”

– Quale missione? – domandò Joster mentre rimetteva a posto tutti i padri usciti dalla frase del dio.

– Io, come sai , ho inenarrabili poteri

– Si?

– Si

– Tipo?

– Beh, io posso per esempio emanare innumerevoli emanazioni

– Emanazioni di cosa?

– Di me stesso

– Una sorta di album delle figurine dici?

Joster rimase colpito dalla potenza del dio, anche se avrebbe preferito un potere più spaventoso. “Del resto – si disse, non ci sono più gli dei di una volta.

Ma lo udì Vassum, nella sua grande misericordia e lo perdonò una seconda volta (era infatti il gran giorno del perdono del dio). E Vassum gli disse:

“Oh persona empia, tu credi che io abbia un solo potere?”

– Io? Chiunque ha la ventura di conoscermi si guarderebbe bene dall’affermare che cio possa essermi imputata quale mia abitudine. Ti ho dato questa impressione? So benissimo che tu hai altri poteri. Come potrebbe essere altrimenti?

– Sentiamo allora. Che poteri avrei?

– Beh, innanzitutto il tremendo potere di Osnam

– Già, fece il Dio, che pur di non ammettere di ignorare il potere di Osnam pensò bene di barare.

– Poi?

– Poi hai ovviamente il grande dono dell’ineffabilità assoluta. Solo tu puoi essere ineffabile ad un grado perfetto. Sopratutto se si capisce il significato della parola. Inotre hai i 5 doni divini del Pejam: acqua, luce, gas, elettricità e riscaldamento autonomo.

– Benissimo, fece il Dio Vassum soddisfatto. E quanto posso essere alto?

– Tu, scusami se te lo faccio notare non puoi essere né alto né basso perchè entrambe i concetti implicherebbero una comparazione e cosa o chi potrebbe mai sognarsi di fare da paragone all’altissimo? Tu non sei né alto né basso, e una sola cosa è possibile dire riguardo alla tua altezza, ovvero che sei alto come Vassom, ossia come te stesso.

Il Dio vide che Joster aveva studiato bene il catechismo e, visto che c’era lo perdonò una terza volta, per la grande e divina legge del “non c’è due senza tre”.

– Sappi che dalll’alto della mia somma conoscenza ho scelto te, Foster, quale mio unico e degno messaggero per…

– Chiiii? chiese stupito Joster

– Chi cosa?, Chiese i Dio

– Cosa hai detto scusa?

Il Dio riavvolse il nastro e ripetè: “Sappi che dalll’alto della mia somma conoscenza ho scelto te, Foster, quale mio…

– STOP, gli intimò Joster. “Chi verrebbe ad essere questo Foster?

-Tu, no?

– Io non sono Foster, Ti sembro forse albergare in me i caratteri di un Foster qualunque?

– No?

Il Dio Vassom gli diede un’occhiata più attenta e poi disse: “In effetti non sembri essere Foster, sembri piuttosto un Joster.

– Quindi hai sbagliato persona.

– Impossibile, fra i miei innumerevoli poteri c’è anche quello dell’infallibilità e della prevveggenza

– Per cui tu sai ora che hai sbagliato?

– No, per cui io so ORA non solo che dovevo sbagliare e accorgermene prima che tu potessi avvertirmi, ma bensì anche che avevo previsto tutto ciò ed era mia ferma intenzione sbagliarmi o dare l’impressione di farlo. Giacchè come può dirsi sbaglio se un atto è compiuto in piena consapevolezza?

– Non so se questo sia l’esatta definizione del termine, però devo ammettere che te la sei cavata bene. Non è facile prenderti in castagna eh?

– Eh no. E neppure in noce.

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LE FAVOLE DI PEDRO: Lo sgnizzo

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Un giorno alcuni pescatori erano in spiaggia intenti a spinare uno sgnizzo. Passò per caso un Tale che, avvicinatosi e presa visione di quanto facevano i pescatori disse loro:
« Ma che state facendo? Questo non è uno sgnizzo! »
«E a lei cosa importa scusi ? – replicò quello che pareva il capo – È forse SUA la storia? L’ha inventata LEI forse? Certo è facile, con la pancia piena, arrivare e criticare gli altri. È facile senza essere stati disoccupati e aver sofferto la fame per mesi arrivare in spiaggia e fare il saputello! Si vergogni! Noi qui ci hanno chiamato per lavorare, non per ciarlare al vento con la saccoccia piena.»
«Rimane il fatto che quello che avete per le mani non è uno sgnizzo. Lo sgnizzo innanzitutto non ha…»
«Ma di cosa si impiccia? – lo interruppe bruscamente il pescatore -Non ha altre cose da fare che ficcare il naso negli affari degli altri?»
«È arrivato Mister sotutto!» sogghignò un altro pescatore.
«Io quando sento certa gente mi prudono le mani» disse un terzo dimenando il coltellaccio sopra la testa.
«Vada a ficcare il naso nelle SUE favole e non rompa i coglioni in QUELLE degli altri. A noi il Signor Pedro ci da lavoro e se il Sig. Pedro dice: Ragazzi andate in spiaggia a spinare uno sgnizzo, noialtri mica si sta a filosofare o a fare i talkshow. Quello è roba per checche figli di papà. Per cui le consiglierei di girare alla larga.»
« Ma…»
I pescatori, a questo punto si rivoltarono come un sol uomo e presero a rincorrere il Tale. Lo raggiunsero quasi alla fine della spiaggia, gli tolsero tutti i vestiti e presero a spinarlo come poco prima facevano con lo sgnizzo.
«Cosa dite? Gli piacerà al Signor Pedro come abbiamo fatto finire la SUA favola?»

La Serrelide – Canto X: Il brigadiere Serreli parte per la caccia

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Ma come figlia di luce brillò Aurora dita rosate, allora acqua versò nella vescicca all’accorto Serreli acchè si svegliasse e pronto fosse all’opra del giorno. Ed egli si alzò dal letto brunito e, ringraziando gli dei dell’Olimpo, verso l’oscuro cesso egli andava, a sollevare lo stimolo e fiotto gagliardo versar nella tazza, opra di astuto artigiano, che nel fuoco cocette ceramiche bianche e igienica forma gli die’ ad accogliere stronzi d’umani.

E a duplice scopo prese , astutamente l’accorto Serreli, foglio di quotidiano locale. E assiso al trono, con cuore dolente, dipanava il volere del Fato e mirava le grandi cose del Mondo, gioioso spettacolo agli dei, prima che le interiora vuotasse.

E come l’otre interno ebbe leggero verso il ben provvisto tinello si volse a preparare bevanda che rincuorasse le trippe che giornata tremenda gli apprestava la Parca.

Forti tronchi di ritorto ginepro confitti nei muri di pietra avea come cielo il tinello, grande lavoro di manovali lo aveva creato e sopra di esso posò impiantito di assi. Lontano s’udiva la fantesca accingersi all’opra scopando con forte ramazza e cantava, la biancocrinita vecchietta, canzone di festival dolce. La melodia del molleggiato famoso, “con 24 mila baci”, che il cuore s’aprì al forte Serreli, ricordandogli la madre lontana.

E mentre udiva e ricordava caffettiera approntava, con polvere nera riempiva, e fresca acqua di fonte a fare bevanda pel cuore. Caffè la chiamavano e caffè la chiamava anche lui, che Serreli non albergava cuore di rivoluzionario sovvertitor di leggi e di costumi.

E come il fuoco fu pronto, uscendo da sibilanti spiragli, in lingue blu per magnifico aggeggio, lo sbadigliante Serreli vi pose la moka a che scaldasse e producesse succo cordiale.

E dentro di sè pensava, brigadiere nel cuore, al tristo destino che sbalzato l’aveva dal grembo materno per i mali del mondo. E ricordava Nunziatino, e Irene, dalle trecce di fieno e L’occhialuto Luigi, analfabeta nel cuore, ma pur contento d’esistere e Bianca, mutanda di lana, o Pino mano veloce di biglia e portator di figurine, abile in fionda fra i ragazzi del viale.

E versando lacrime interne, a infanzia trascorsa, lo strappò pietoso gorgoglio di caffettiera. Presina di pizzo mise allora alle mani, acche non bruciasse la pelle, la bachelite del manico. E inclinando versava nera bevanda in porcellana di sevres sbreccata, con scene di caccia alla volpe mirabilmente dipinte in Inghilterra distante. Mano di regina la governava, grande fra gli stati del mondo.

E come bevuto ebbe la forte bevanda cara agli umani ecco che ai fianchi cicciosi cinturone cingeva, ricco di numerose cartucce, e giubba mimetica, a che nascondesse figura alla preda fra il folto del bosco. E precisa doppietta metteva alle spalle l’ignaro. Non sapeva cosa apprestava per lui la dea della caccia.

Odisseo al Discount

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(poema eroico in 3 endecassilabi al costo di due)

INVOCAZIONE ALLE MUSE

Cantami o Sponsor l’offerta del mese

che infiniti danni adduce agli umani.

Come pietoso Viacal stura i miei tubi

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rendili eterni come Paul Newmann

Di questo Ti prego, pria che dolente

inserisca i due euri dentro il carrello.

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