Revolucion

pugno-300x300

Decidemmo di agire. Eravamo in 100. Togliendone 50 dei 75 sopravvissuti, ne rimanevano comunque sempre 25. Di questi, solo 12 erano disponibili purchè 13 venissero estromessi (in quanto sospetti). Rimanemmo dunque in 12… o meglio 6 perché nel frattempo 6 s’erano defilati sostenendo che forse 5 era il numero ideale. Rimasti in 5 ci accorgemmo che solo 4 erano adatti. Di questi 4 ben 2 erano restii a continuare.
Ci trovammo dunque io e te, e non seppimo far altro che salutarci visto che si era fatto tardi.

Annunci

Il Sig. Tizio esce dopo pranzo e sogna Eraclito

5811829426_9d1677f379_b

Sedeva sull’orlo del meriggio

il cuore in mano

come una sentenza incomprensibile

e piano mormorava qualche frase

ma come fosse

un gioco inconcludente.

 

Attorno cose vuote, innecessarie

con appena una parvenza

di vita appiccicata sopra con lo sputo.

 

La colla che teneva in piedi il tutto

s’era ormai disfatta e i pezzi

per una cupa e ferrea statica

crollando toccavano la terra

col suono

di un carillon inceppato.

 

Arrugginito, il mondo

si rispecchiava

su poche timide pozzanghere.

In preparazione e presto su questo blog…

Immagine

Dall’Introduzione

Sono milioni i libri non letti. E milioni sono i cuori di scrittori che sanguinano per non essere riusciti ad avere un solo lettore (in alcuni casi neppure lo stesso autore).

Scopo della presente silloge è dunque, a modesto parere dello scrivente, ridare giusta gloria a questo esercito di capolavori nascosti. Sempre che anche questo libro non debba essere inserito nel catalogo stesso e rimanga dunque come epitaffio paradossale, a fine lista, quale dimostrazione dell’ingiustizia letteraria.

La presente antologia non vuole certo essere una esauriente elenco dei libri perduti (vista la loro disumana mole) ma solo un invito ai pochi e sfigati lettori ornai sopravvissuti, a sapere che non esiste solo Camilleri o Stephen King, ma tanti onesti scrittori che non hanno avuto dalla loro il provvidenziale calcio in culo da parte della Dea bendata. Tanto che a molti di essi non fu concesso neanche il privilegio di nascere.

Verranno presentate delle recensioni di alcuni libri in modo da incuriosire il lettore e spingerlo a ritrovare, fra la polvere delle biblioteche, alcune di queste perle nascoste.

.

Retroguardie

PSB1335892609PS4fa01a812ed45
 
 
L’unica chance rimasta all’arte per farsi sentire nella storia dell’Occidente è stata l’avanguardia.
Il suo scopo: prendere a calci in faccia il pubblico conservava ancora un senso fin quando il pubblico aveva i suoi (per quanto retrivi) gusti e nel quale  – sulla base di questi gusti – giudicava degno o non degno un’artista. Quando ancora il pubblico aveva parti delicate da preservare e che potevano essere solleticate da un fastidioso prurito.
Ora invece, ad un artista che voglia mantenere un minimo di coscienza intellettuale, viene a mancare anche quest’ultima chance: lo applaudirebbero.
Già il solo fatto di usare la “violenza” (verbale, ottica o acustica) necessaria alla poetica di ciascuna avanguardia, con la sicurezza che questa verrà supinamente assorbita come un pugno su una massa di lana, blocca e reprime qualunque velleità d’urto ad un’arte che voglia ancora parlare e prendersi sul serio.
L’avanguardia ha, in sostanza, un suo senso quando e soltanto vi è da parte dell’uditorio un tabù da distruggere, un atteggiamento gretto da controbattere, una contro-estetica da demolire.
Senza contare inoltre che l’artista che vi si provasse avrebbe in sovrappiù da sopportare la cattiva coscienza di aggiungere qualcosa di brutto, piaga inavvertita su altre già procurate, sulla carne viva dello spirito di un pubblico e presenti in modo reale fuori del museo, della pagina scritta, o dell’auditorium.
Una violenza che perda anche la speranza di poter essere recepita in quanto tale perde anche la speranza di essere terapeutica per diventare infine il crudo simbolo di ciò che intendeva combattere: la disumanizzazione imperante.
In che modo infierire ancora su di un individuo che si è precluso ogni apertura verso l’esterno? Con quale coraggio aggiungere le proprie bastonate a quelle di un sistema che attende, calmo, dietro e dopo ogni applauso per infierire crudelmente sulla vita del pubblico ? Cosa è rimasto per rendere un muro cosciente del proprio stato di muro?
Ecco allora sorgere la falsa pietà da parte di finti artisti. Un patteggiamento inglorioso che li smaschera autodenunciandoli. “Il pubblico – dicono costoro – è fin troppo cosciente della condizione disumana della propria vita quotidiana. Non chiede altro che una carezza che lo conforti a tirare avanti. Chiede un piccolo spazio in cui poter liberamente respirare. Vuole insomma DIVERTIRSI, intelligentemente o no, conta poco”.
Così, con questa bandiera di “Sarà quel che sarà”, di finta bonarietà, la cultura odierna ratifica, oltre che la sua, la dannazione del pubblico ma anche la sua crudeltà. La crudeltà, per quanto si dica, scusabile dall’ignoranza).
Qualunque opera, per quanto insignificante possa essere pretende di riflettere , pur nella propria limitazione, il tutto.
Alla base del divertimento – dice un filosofo – c’è un sentimento di impotenza, è la fuga dall’ultima velleità di resistenza che la “realtà” può ancora aver lasciato sopravvivere negli individui”
Che un artista qualunque adotti e giustifichi persino il divertimento come scopo cosciente delle produzione artistica non vuole quindi significare altro che la sua intenzione a perpetuare il sentimento d’impotenza o – ancora peggio – scusare con buone ragioni e magnificare l’ingiustizia imperante.
Ecco dunque che l’opera d’arte diventa da opera d’urto nient’altro che il latrato dei mastini che proteggono la residenza del padrone.
La nostra cultura è così diventata il boia contento nell’adempimento del proprio “lavoro” di allietare gli ultimi istanti del giustiziando con una barzelletta (magari avente per oggetto persino le disavventure di un boia malaccorto).
 Ormai il pubblico si limita a comprare, tacere e applaudire. Pur con la cattiva coscienza di “non capire” in fondo il significato profondo dell’avanguardia e di qualunque arte che non rispecchi vecchi stilemi figurativi.
E se anche un fortuito e sopravissuto stimolo a mandare tutto al diavolo (artista e contenuto), fracassare lo schermo o sputare sul direttore d’orchestra che compuntamente (e con l’ironia dello smoking di ordinanza) interpreta un atonale, se anche un tale stimolo insorgesse in qualcuno della platea, verrebbe subito tacitato dall’ipocrisia e dall’idiozia dell’impellicciata e soddisfatta platea borghese. Persino l’individuo stesso proverebbe in sé i sensi di colpa della propria “incapacità” a capire l’arte. Invece è il solo che ha capito, che ha presentito, specchiandosi nella disarmonia dell’opera, la propria “deformità”. Il suo alzarsi è dettato dal terrore di sentirsi l’unico sopravvissuto in incognito in un mondo di zoombies.

Il fraintendismo

Sir Lipton Aistii, fondatore del Fraintendismo

Sir Lipton Aistii, fondatore del Fraintendismo

Il fraintendismo fu un movimento letterario che si sviluppò agli inizi del 900. O meglio, credeva che si trattasse del 900, ma i suoi soci avevano frainteso il modo di leggere il calendario: in realtà si trattava del 1940, me lo ricordo bene perché era iniziata la guerra.

Agli inizi non fu semplice mettersi d’accordo fra i seguaci sul nome e sugli scopi del movimento: molti infatti fraintesero sia l’uno che l’altro. E ciò sia nei discorsi scambiati personalmente fra socio e socio sia nelle assemblee, dove era difficile capire persino perché ci si fosse riuniti lì e in quel giorno.

Come dio volle però qualcuno, qualche genio pirandelliano nascosto fra la riunione, propose che fosse proprio quello lo scopo principale del movimento, ovvero: prendere pan per focaccia. E sostenne questo suo intervento con lungimiranti esempi storici, a dimostrazione del potere del fraintendismo.

“Forse che Colombo nel scoprire l’America non la fraintese credendola India? Forse che Eva non fraintese mangiando la mela, credendola frutto della conoscenza?. Ebbene è giunto il tempo di proclamarlo ad alta voce questa nostra importanza”

Dal pubblico si levarono applausi e ovazioni misti  a grida di “Che ha detto?”

Condividi:

La caduta del governo

Evviva! Il Governo è caduto!
Sulle piazze del Paese tutto
festoso annuncio
di prossima, sicura libertà.

Sventolano gagliardi
i gagliardetti degli eroi
dei vecchi bevitori di cicuta.

Bande di splendide fanciulle
passano di porta in porta
e battono tre colpi
(come gli angeli di Dio)
in segno di festoso augurio.

Giorno di gaudio e fratellanza
di riconciliazione e di folklore.
Gli aeroplani in squadriglie
dal cielo lanciano votivi
preservativi tricolori.
La banda comunale fiera
solfeggia pezzi di Glenn Miller
come nei film a basso badget
accanto a giovani brillanti
rivenditor di Coca Cola.

I clacson sono impazziti
manco avessimo vinto i mondiali.
Il nuovo impegno insieme
a stridi di gioia e di epistéme
piovono dall’alto dei  balconi
impavesati dei palazzi comunali
(all’uopo trasformati da menti ingegneresche
in circoli di amici della pace).

Ogni cittadino – a gratis –
verrà fornito di regolare bandierina
(I soldi?  Okkei non ci sia tema
verranno presi ad hoc
dal solito bilancio generale).
Bandierine con cui potremo
con agio esternare
il nostro assenso al grande
pacifico giro giro tondo
della Rivoluzione in atto
dello Spirito del Mondo
che ha fatto un passo aventi
in barba ad Hegel e agli ignoranti.

Dalle labbra delle compagne
pertono a raffica
rosari di baci e di sorrisi.

E noi?
Perchè soltanto noi siam qui?
Ancora qui a romperci le palle
coi soliti discorsi disfattisti
e continuiamo a disquisire
di “mancata presa di coscenza popolare”,
di inutilità del tutto?
Perché siamo così restìi
a sollevare il calice anche noi
e brindare con abili gridìi
i lenti ma inesorabili buoi
che tirano il carro del Progresso?

Potessimo soltanto
avere uno sfondo meno coglione
potessimo con vanto
non udire questa puzza di carrozzone!